Introduzione
Le prime pagine italiane convergono oggi su due assi di politica estera: l’incontro Zelensky-Trump in Florida sul piano di pace per l’Ucraina e i raid statunitensi contro l’Isis in Nigeria. Il Corriere della Sera e la Repubblica aprono sull’appuntamento di Mar-a-Lago, con dettagli su tregua e referendum nel Donbass, mentre La Stampa affianca al dossier ucraino la reazione americana in Africa. Sullo sfondo, l’attrito Washington-Bruxelles per i visti negati a esponenti europei, tema che Il Secolo XIX, La Stampa e il Corriere rilanciano come nuovo fronte della frizione transatlantica. Quadro policentrico ma nitido: centralità degli Stati Uniti nelle crisi e una Ue percepita tra interlocutore necessario e vaso di coccio.
Ucraina: negoziato tra speranze e veti incrociati
Il Corriere della Sera sintetizza con “Ucraina, Zelensky va da Trump” e incornicia il dialogo nella cornice del “metodo della forza”, legando la diplomazia sul conflitto europeo alla postura muscolare di Washington. La Repubblica spinge sugli elementi procedurali (piano in 20 punti, possibile “tregua di 60 giorni” e referendum sul Donbass) e sottolinea il protagonismo presidenziale americano: “sarò io a decidere”. Il Secolo XIX racconta l’attesa per l’incontro e amplifica i segnali dissonanti da Mosca, che dice un accordo “mai così vicino” accusando Kiev e Ue di boicottarlo. Domani rimarca l’opacità del perimetro negoziale (“il piano di pace resta un rebus”), mentre La Discussione registra il richiamo dell’Ue: “Da Mosca nessun segnale di pace”.
Sul piano interpretativo, Il Foglio evidenzia l’asimmetria del tavolo (i russi parlano soprattutto con gli americani) e il rischio che il 10% mancante del piano riguardi i nodi di sovranità più sensibili (Donbass, Zaporizhzhia), cioè quelli più difficili da serenamente sottoporre a voto in condizioni libere. La Stampa, con l’analisi su “Il soldato Volodymyr al fronte americano”, coglie il peso politico personale dell’appuntamento per Zelensky, tra consenso in calo e pressione a “inghiottire” concessioni territoriali. Il Messaggero e Il Gazzettino convergono sulle stesse ipotesi tecniche (cessate il fuoco e referendum), segnalando una narrativa di breve respiro: misure ponte per far respirare il fronte e testare la volontà delle parti. Il dato trasversale è chiaro: la leadership statunitense è percepita come imprescindibile, mentre l’Europa resta soprattutto “collegata” e accusata da Mosca, confermando la sensazione che l’architettura della pace, se arriverà, passerà da Washington più che da Bruxelles.
Nigeria: tra difesa dei cristiani e contro-narrazioni sul raid
Il Corriere della Sera racconta il raid con la griglia “religione e bersagli”, citando l’enfasi di Trump contro la “feccia terroristica” e il movente dichiarato della protezione dei cristiani. La Repubblica titola sui “Missili Usa sulle basi Isis” e accredita la sequenza decisionale con un’analisi di contesto; La Stampa aggiunge uno sguardo critico con Quirico (“i missili alimentano la galassia jihadista”), aprendo il dibattito sugli effetti collaterali degli strike. Avvenire unisce i due dossier del giorno (“Prove di forza”) dando rilievo alla voce di Leone XIV contro la normalizzazione della guerra e, nelle pagine interne, alla catastrofe abitativa a Gaza, legando sicurezza e umanità.
Il fronte conservatore e atlantista - Libero (“A salvare i cristiani ci va Trump”), Il Giornale (intervista su “la caccia a noi cristiani”), Secolo d’Italia (“scatena l’inferno a difesa dei cristiani”), La Verità (editoriale e focus sui numeri delle persecuzioni) - interpreta l’azione americana come risposta necessaria a una minaccia sottovalutata in Europa. Il Riformista registra il lancio dei Tomahawk e incrocia il dossier medio-orientale con l’attivismo turco e iraniano. All’estremo opposto, il Manifesto parla della “sua Africa” per Trump e mette in discussione la natura dei bersagli, evocando “bande di estorsori” lontane dai jihadisti e criticando Abuja per l’ingerenza accettata. Il Foglio ridimensiona la retorica della “difesa dei cristiani” come messaggio domestico a platee evangeliche e inserisce due chiavi strategiche: la migrazione del baricentro Isis in Africa e il “test per la Cina”, silente nonostante la sua building diplomacy in Nigeria.
La componente energetica riemerge sul versante economico-tecnico: Il Messaggero e Il Gazzettino ospitano l’analisi di Tabarelli (“Quanto vale la Nigeria per l’Europa”), ricordando come petrolio e - soprattutto - gas nigeriano siano tassello potenziale della sicurezza europea post-Russia. Una lettura che ricollega l’operazione militare alla geoeconomia e, più in generale, alla competizione d’influenza in Africa occidentale. Sottotesto comune: la risposta militare americana colma un vuoto di sicurezza che l’Ue non sa o non vuole coprire.
Visti negati e “guerra fredda digitale”: il nuovo fronte Ue-Usa
La Stampa, con Emmott e Jozsef, parla apertamente di “oltraggio Usa” e invita l’Unione a “alzare la voce” dopo il visto negato a Thierry Breton e ad altri europei, legando il caso alla partita su Groenlandia, big tech e ambizioni industriali. Il Corriere della Sera inquadra il tema come “guerra fredda del digitale”, mentre Il Secolo XIX scrive di “battaglia dei visti” e di uno scontro che apre “un altro fronte” tra America e Ue. La Repubblica annuncia che “Bruxelles studia ritorsioni” e legge nel gesto un tentativo di dividere i Ventisette. La Ragione, in un editoriale esplicito, interpreta la mossa come segno di un trumpismo allergico alle regole e ai contrappesi, segnando un’ulteriore scollatura transatlantica.
Nel complesso, la stampa italiana ritrae un’Europa più reattiva che proattiva, con forte sensibilità per i temi di sovranità digitale ma poca capacità di agenda sul terreno duro della sicurezza. L’accumulo delle frizioni (guerre commerciali e tecnologiche, ora anche visti) rafforza la narrativa di un partner occidentale minore, costretto a inseguire Washington e a reggere accuse opposte: dai russi di sabotaggio della pace e dagli americani di ostilità regolatoria. Un quadro che alimenta, sui giornali, riflessioni sulla necessità di una “autonomia strategica” ancora tutta da costruire.
Altri segnali e assenze
Il Medio Oriente compare sulla prima di Il Secolo XIX con un’analisi scettica sulla praticabilità dello Stato di Palestina e su La Stampa con un’inchiesta sull’“ipocrisia” europea sulla Cisgiordania; Il Riformista e La Discussione registrano nuovi episodi di violenza in Israele e nel nord del Paese. Il Dubbio, fuori dallo schema consueto, porta in apertura l’attacco dell’Ambasciata russa alla “ucrainizzazione” dell’Italia, episodio di diplomazia muscolare che conferma quanto il conflitto sia ormai anche informativo. Pochissime le prime pagine prive di contenuti esteri: le testate locali (Il Messaggero e Il Gazzettino) bilanciano comunque cronaca e sport con i due dossier principali del giorno.
Conclusione
Dalle aperture odierne emerge un’Italia mediatica che affida agli Stati Uniti il doppio ruolo di broker di pace in Europa e gendarme in Africa, mentre all’Unione europea spetta il compito - difensivo - di contenere gli strappi transatlantici sul digitale e i visti. La polarizzazione lessicale sul raid in Nigeria e la prudenza sul dossier ucraino riflettono una bussola: filo-atlantismo pragmatico, attenzione per le minoranze perseguitate, ma anche crescente consapevolezza dei limiti militari e diplomatici europei. La lezione di giornata è questa: la priorità estera dei giornali italiani resta la tenuta dell’Occidente, con l’auspicio che pace e sicurezza non si riducano a “prove di forza” senza strategia.