# Negoziati e minacce globali
Ucraina: tra ottimismo e scetticismo
Il filo conduttore delle prime pagine italiane è il vertice di Mar-a-Lago tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, accompagnato dalle telefonate con Vladimir Putin e con i leader europei. Il Corriere della Sera sceglie una prudenza carica di sottintesi con “Trump spinge, la svolta non c’è”, sottolineando che lo stallo sul Donbass resta irrisolto nonostante l’enfasi sulle “garanzie di sicurezza”. La Repubblica mette l’accento sui progressi: “Accordo più vicino Donbass ultimo nodo”, e rilancia le parole di Zelensky (“intesa al 90%”) affiancandole alla promessa statunitense di coinvolgere l’Europa. La Stampa parla di intesa “vicina” ma problematizza con un commento che definisce il processo più un “gioco dell’oca” che un vero negoziato, mentre Il Messaggero evoca “spiragli di pace”, insistendo sulla teatralità e sulla messa in scena di un’intesa che dovrebbe “mostrare tutti vincitori”.
Nei giornali più espliciti nel sostegno all’asse atlantico, l’ottimismo è marcato: Il Giornale titola “Sono pronti all’accordo” e rimarca il coinvolgimento dell’UE, Il Gazzettino ribadisce “l’intesa è vicina”, Il Secolo XIX sintetizza: “Pace subito o guerra lunga”. Domani, più attento alle ricadute sistemiche, parla di “Trump ottimista, il nodo Donbass”. Il Fatto Quotidiano mette in scena l’“ultima offerta a Zelensky” come tentativo di salvare l’Ucraina, suggerendo pressioni reali sulle concessioni territoriali. Nel complesso, emerge una fotografia coerente: centralità americana pressoché totale, Europa chiamata a garantire e finanziare, Russia che tiene il cerino acceso sul capitolo territoriale.
L’Europa tra garanzie e dipendenza strategica
L’insistenza di molte testate sulla formula “garanzie di sicurezza” segnala la consapevolezza che ogni tregua dovrà essere blindata da impegni occidentali vincolanti. Corriere della Sera e La Repubblica danno rilievo a un perimetro di sicurezza per Kiev che chiama in causa direttamente Bruxelles, mentre La Stampa sottolinea l’aspettativa che “l’Europa venga coinvolta” nella costruzione del pacchetto. Il Giornale insiste sul ruolo dell’UE come co-sponsor dell’intesa e Domani ricorda l’ombra della scadenza del New START e il rischio di nuova corsa all’atomo come cornice strategica di un’eventuale pace zoppa.
Nel mix di titoli, l’Unione appare un attore sostanziale ma non decisivo: pagatore, garante, regolatore, più che regista. Da qui il tono bifronte: La Repubblica e Il Messaggero proiettano fiducia condizionata; il Corriere problematizza il “Donbass” come vulnus che può far saltare la narrazione, La Stampa mette in guardia dall’illusione di un percorso lineare. Tra le righe, si legge l’ansia di un equilibrio che non imbrigli solo i movimenti di truppe, ma anche la competizione sistemica con Mosca.
Hamas e la sicurezza europea: dal caso italiano alla rete transnazionale
Il secondo asse della giornata è l’inchiesta italiana sui fondi a Hamas, trattata da molte prime pagine come un tema di sicurezza europea. Il Corriere della Sera dà i dettagli di perquisizioni e sequestri (“pc nascosti dietro un muro”, contanti e simboli del movimento), mentre La Stampa alza il livello con l’immagine della “piovra” presente “in 15 città”. Il Giornale costruisce la narrazione di una “cupola islamista” con riferimenti a reti di donazioni (zakat), contatti con la “Flotilla” e snodi turchi. Il Secolo XIX offre l’angolo territoriale ligure e restituisce anche la contro-narrazione difensiva (“accuse costruite da Israele”), Il Messaggero puntualizza la “rete internazionale” dentro cui si inserirebbe una cellula romana.
La Verità mette l’accento sull’uso distorto degli aiuti (“investiti in case”), Il Fatto Quotidiano conta “già 25 indagati” e segnala misure su figure religiose, mentre Il Foglio allarga il quadro parlando apertamente di ritorno dell’integralismo islamico come minaccia quotidiana, collegando episodi globali (Nigeria, Australia, Germania) e invitando a non rimuovere la matrice jihadista. Nel complesso, il trattamento mediatico trascina l’indagine dal perimetro giudiziario a quello geopolitico: la questione non è più solo penale, ma riguarda la capacità europea di monitorare e interrompere flussi finanziari, reti di influenza e narrazioni estremiste che si innervano nei conflitti mediorientali.
Medio Oriente e asse USA-Israele: la diplomazia parallela
Sul fronte mediorientale, alcune testate anticipano o inquadrano l’incontro tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump. L’Edicola definisce Mar-a-Lago “capitale della diplomazia mondiale”, mentre La Stampa parla esplicitamente di “divisioni su Gaza” tra Tel Aviv e Washington. La Discussione indica che nel menù dei colloqui rientrano Gaza, Somalia/Somaliland, Iran e Libano, segnalando la cornice regionale più ampia. L’attenzione è duplice: come l’eventuale pacchetto Ucraina si intreccia con le posture statunitensi in Medio Oriente; quanto spazio resterà per pressioni USA su cessate il fuoco, scambi di ostaggi, riassetto di Gaza e contenimento degli attori pro-iraniani.
Il quadro trasmesso dalle prime pagine suggerisce che, se la diplomazia ucraina punta alla “fase finale”, quella mediorientale resta in pieno flusso, con divergenze tattiche su tempi e condizioni di una tregua. Il Foglio richiama l’urgenza di non minimizzare l’integralismo islamico, mentre La Stampa mette in conto attriti strategici tra alleati. La sequenza di incontri a Mar-a-Lago evidenzia una personalizzazione della politica estera USA che riesce ancora a catalizzare agende regionali differenti entro un unico palcoscenico.
Sguardi editoriali e gerarchie geografiche
Colpisce la convergenza sulla centralità americana: quasi tutte le testate, dalle generaliste nazionali (Corriere, Repubblica, La Stampa, Il Messaggero) ai quotidiani d’opinione (Il Foglio, Domani), riconoscono che l’architettura della pace in Ucraina passerà per Washington. L’UE compare come interlocutore necessario ma ancillare. Sull’altro fronte, l’Europa è vista come scacchiera della sicurezza interna esposta a reti transnazionali legate a Hamas: qui il discorso scivola rapidamente dal piano giudiziario a quello politico-strategico.
Geograficamente, le priorità sono nette: Europa orientale e Medio Oriente polarizzano l’attenzione. L’Africa entra per interposta persona (Nigeria) e per richiami editoriali, l’America Latina resta sullo sfondo (qualche riferimento su Il Fatto), l’Asia è assente. Anche i giornali locali e regionali (Il Gazzettino, Il Secolo XIX) mantengono l’attenzione sul quadro internazionale, a riprova di un’agenda estera che per una volta supera la trazione domestica.
Conclusione: una bussola transatlantica
In sintesi, le prime pagine italiane offrono una narrazione sincronizzata su due assi: un negoziato ucraino con Washington al timone e un allarme europeo sulla permeabilità alle reti legate a Hamas. In mezzo, la diplomazia USA-Israele su Gaza come variabile che salda i due dossier nel segno della leadership americana. La lezione per i lettori è chiara: l’Europa può influire, ma non guidare; l’Italia osserva e commenta dal bordo, mentre le decisioni si prendono altrove.