Introduzione

Sulle prime pagine italiane di oggi dominano tre dossier internazionali: la guerra in Ucraina con l’ombra dei missili russi in Bielorussia e i dubbi sull’attacco con droni alla dacia di Putin; la crisi di Gaza con l’espulsione o la stretta sulle Ong umanitarie; il teatro indo‑pacifico, dove la Cina ha circondato Taiwan con esercitazioni e lanci missilistici dimostrativi. Il Corriere della Sera, La Repubblica, Domani e La Stampa spingono sull’allarme europeo per l’arsenale russo e per un conflitto che «non finisce»; Il Manifesto e Il Fatto Quotidiano mettono l’accento sull’asfissia umanitaria nella Striscia; Il Foglio e Il Giornale guardano all’Asia, tra tattiche cinesi “a salame” e segnali di debolezza del regime iraniano. Molti quotidiani generalisti (Il Messaggero, Il Mattino, Libero, Il Gazzettino) restano invece schiacciati sulla manovra e sul cronaca‑spettacolo, offrendo meno spazio al mondo. Il quadro che emerge è un’Italia mediale sospesa fra atlantismo pragmatico, impulso umanitario e un eurocentrismo che fatica ad abbracciare l’Indo‑Pacifico.

Ucraina, missili in Bielorussia e diplomazia a geometria variabile

Il Corriere della Sera apre con «Missili, minaccia russa sulla Ue», insistendo sulla postura offensiva di Mosca che avrebbe schierato vettori in Bielorussia e sull’ennesimo Capodanno di bombardamenti su città ucraine. La Repubblica affianca al tema militare lo scetticismo europeo sul presunto raid ucraino contro la residenza di Putin («i tanti dubbi degli europei»), mentre Domani rafforza il quadro: «Nessuna prova da Mosca», ma il Cremlino «schiera i missili anti‑Ue». In parallelo, Il Foglio focalizza il fronte meridionale con «Giù gli artigli da Zaporizhzhia», evocando nuove pretese su un’area chiave per la sicurezza energetica ucraina. La Discussione raccoglie la cornice diplomatica: Mosca parla di “attacco terroristico” e minaccia i negoziati; il 6 gennaio nuovo vertice dei “volenterosi”.

La lettura che ne viene è stratificata. Il blocco Corriere‑Repubblica‑La Stampa, assieme a Domani, interpreta la crisi in chiave di minaccia diretta alla sicurezza europea: tono allarmato, centralità dei sistemi d’arma e diffidenza per le “operazioni verità” del Cremlino. Il Foglio privilegia il teatro operativo e lo scenario negoziale, ricordando che Mosca usa l’episodio Valdaj per ricalibrare posizioni su Zaporizhzhia. Sullo sfondo, Il Riformista sottolinea la discontinuità promessa da Washington («Trump riceve Zelensky e Netanyahu, ma la svolta non c’è») e L’Identità rilancia il calendario dei “volenterosi”, segno che l’asse Usa cerca una pace “condizionata”. L’impressione è che l’informazione italiana oscilli tra un atlantismo di sicurezza (più spinto su Corriere e Domani) e un “realismo negoziale” che non esclude pressioni su Kyiv per un cessate il fuoco. Qui pesa la domanda implicita: l’Ue ha strumenti per incidere, oltre agli aiuti e allo spettro di sanzioni? I richiami alla «pace» nei richiami di Avvenire e nei commenti sul «lessico disarmato» del Papa segnalano un controcanto umanitario che non sposta, però, la gerarchia delle aperture.

Gaza, Ong sotto attacco e l’eco italiana del dossier umanitario

Il Manifesto titola «Fuori tutti» e parla di un «nuovo anno senza Ong» a Gaza, accusando Tel Aviv di imporre regole proibitive e ritiro dei permessi alle organizzazioni critiche. Il Fatto Quotidiano rincara: «Israele caccia 37 Ong: anche la Caritas e Msf», incorniciando la stretta nella narrativa della “security excuse” e paventando schedature sistematiche dei palestinesi in Cisgiordania. Il Riformista si muove su un crinale più pragmatico: il triangolo Trump‑Zelensky‑Netanyahu non produce la «Fase 2» a Gaza, e la tregua resta lontana. Avvenire, con immagine e richiami alla «riconciliazione», accentua la dimensione morale e la necessità di riaprire canali di cooperazione e aiuti.

Questa mappa segnala linee di frattura editoriali. Il Manifesto e Il Fatto costruiscono una cornice diritti‑centrica, dove la restrizione alle Ong è simbolo di una strategia israeliana di “de‑monitoraggio” del conflitto; la loro denuncia, amplificata da esempi concreti (MSF, Caritas, Oxfam), mira a influenzare l’opinione pubblica italiana tradizionalmente sensibile al tema umanitario. Testate più istituzionali (Corriere, La Stampa) restano sobrie nelle prime pagine, lasciando ad analisi interne o rubriche il dibattito su proporzionalità e diritto internazionale; Il Riformista misura la crisi con il metro della praticabilità diplomatica, segnalando lo stallo oltre i proclami. Sullo sfondo, l’Italia mediale si conferma divisa: una parte identifica nel diritto umanitario l’unico argine, un’altra teme che la riduzione del perimetro delle Ong sia premessa a un conflitto “a porte chiuse”.

Asia all’orizzonte: Taiwan stretta da Pechino, Iran fragile, Yemen conteso

Il Foglio dedica un focus a «Tattiche cinesi»: incursioni missilistiche a ridosso della zona contigua, accerchiamento navale e “salami slicing” per testare linee rosse senza violarle formalmente; reazioni occidentali definite «tiepide». Il Giornale, più assertivo, parla di «Taiwan assediata» e di «Cina che fa paura», con un sottotitolo che teatralizza l’ipotesi d’invasione. Sul quadrante mediorientale, la stessa testata tratteggia «Iran anno zero», tra inflazione e piazze vuote, mentre Il Foglio illumina la competizione Riad‑Abu Dhabi («I rivali del Golfo») deflagrata in Yemen con un bombardamento saudita su un carico proveniente dagli Emirati.

Il baricentro dell’attenzione resta comunque euro‑mediterraneo: l’Indo‑Pacifico irrompe sulle prime pagine solo nelle testate più militanti sul fronte atlantico (Il Foglio) o più ideologicamente schierate (Il Giornale). Qui si coglie un limite strutturale dell’agenda italiana: la percezione di minaccia prossima (Ucraina, Mediterraneo) cannibalizza lo spazio per l’Asia, che entra in rassegna come “proiezione globale” più che come interesse nazionale immediato (catene del valore, rotte marittime, semiconduttori). La scarsa presenza del tema su La Repubblica e La Stampa suggerisce che, senza uno shock, Taiwan resterà una questione “di nicchia” nelle aperture.

Chi tace sul mondo

Molti quotidiani nazionali oggi privilegiano la legge di bilancio, la cronaca giudiziaria e lo spettacolo: Il Messaggero, Il Mattino, Libero e Il Gazzettino riservano poco spazio a esteri e geopolitica. Anche Il Secolo XIX e La Notizia trattano l’estero soprattutto come riflesso di polemiche interne. L’assenza pesa: in un passaggio di fase strategico, la selezione dei temi in prima pagina dice molto delle priorità percepite dagli editori e del pubblico di riferimento.

Conclusione

L’insieme delle aperture compone un mosaico coerente: l’Europa della sicurezza (Corriere, Domani, La Stampa, La Repubblica) fronteggia la Russia e osserva con diffidenza la retorica negoziale; il fronte diritti‑centrico (Il Manifesto, Il Fatto) denuncia la compressione dello spazio umanitario a Gaza; l’atlantismo operativo (Il Foglio, in parte Il Giornale) tenta di allargare lo sguardo a Taiwan e alle rivalità nel Golfo. Poche testate praticano davvero il “doppio binario” armi‑diplomazia: il Riformista e Avvenire sono tra quelle che più insistono sul legame fra realpolitik e de‑escalation. Il risultato è un ecosistema informativo che fotografa, più che orientare, il dibattito strategico italiano: saldamente ancorato all’Occidente, ma ancora esitante nel definire la propria postura su fronti lontani quanto decisivi.