Introduzione

Sulle prime pagine italiane di oggi domina l’eco del blitz statunitense a Caracas, la cattura di Nicolás Maduro e la promozione ad interim di Delcy Rodríguez, immediatamente accompagnate dalle minacce di Donald Trump e dall’inedita riapertura del dossier Groenlandia. Il tema venezuelano è in apertura su il Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa e Il Messaggero, con angoli diversi ma un’identica centralità; lo rilanciano inoltre Il Secolo XIX, Domani, Il Giornale, La Verità e il Secolo d’Italia, mentre Il Foglio, quotidiano esplicitamente atlantista, prova a teorizzare “la democrazia dopo Maduro”. Sullo sfondo, appena ritagli di attenzione a Ucraina, Gaza e alla vulnerabilità delle rotte commerciali via Suez, segno di una gerarchia di priorità che oggi privilegia l’emisfero occidentale e il rapporto con Washington.

Venezuela: transizione vigilata, egemonia narrativa

Il Corriere della Sera titola potente sul doppio registro Trump-Caracas (“Trump: ora voglio la Groenlandia. Venezuela, Rodríguez presidente ad interim”), a sottolineare come la fase di transizione venezuelana sia già inscritta dentro una postura muscolare americana. La Repubblica insiste sulla stessa coppia: “Dopo il Venezuela la minaccia di un altro attacco: ‘Ci serve assolutamente la Groenlandia’”, e affianca un racconto da Caracas che fotografa un Paese spaccato e in fila per l’acqua. La Stampa apre sui medesimi cardini e aggiunge tasselli di cornice internazionale (il Papa invoca il rispetto della sovranità; l’Ue chiede garanzie per i detenuti), mentre Il Messaggero porta in evidenza un “supertestimone” contro Maduro e definisce “illegittimo” il governo Rodríguez secondo Washington.

Il mosaico rivela tre approcci editoriali. Da un lato, l’area atlantista: Il Foglio celebra la “sconfitta strategica di Putin in Venezuela” e tratteggia una finestra d’opportunità per la democrazia latinoamericana; il Secolo d’Italia enfatizza la telefonata Meloni-María Corina Machado come tassello italiano in una transizione “pacifica e democratica”; Il Giornale legge il dossier come rottura “strutturale dell’ordine globale”, con focus su petrolio e processo a New York. Dall’altro, la corrente legalista-sovranista: il Corriere ospita riflessioni su “forza e diritti” (Sarcina) e un Veltroni che brandisce “il vessillo europeo”, interrogando la tenuta del diritto internazionale; La Verità parla di “caos sul successore” e restituisce la diffidenza verso un potere ad interim scomunicato dalla Casa Bianca. Infine, l’area critica anti-imperiale: Il Fatto Quotidiano accusa l’Unione europea di “doppiopesismo” e attacca “il trio Ursula, Kallas e Meloni”, mentre Domani, pur con toni più analitici, definisce le mosse di Trump una combinazione di “imperialismo e autoritarismo”.

Questa pluralità di frame dice molto della bussola italiana: centralità degli Usa come attore imprescindibile, divisione domestica tra chi vede una liberazione e chi intravede un precedente destabilizzante. Il ruolo europeo appare in controluce: sulla prima pagina del Corriere compaiono Gentiloni (“Fine di un regime e della stabilità”) e, su La Stampa, il richiamo dell’Ue ai diritti dei detenuti; segnali di una sensibilità normativa che fatica però a imporsi sul linguaggio di potenza dominante nelle aperture.

Groenlandia: Nato, Danimarca e la dottrina della forza

La novità che più colpisce gli editori è la riproposizione del “caso Groenlandia”. Il Corriere della Sera e la Repubblica riportano il “ci serve assolutamente” di Trump come estensione naturale della dottrina dimostrata a Caracas. La Stampa rilancia: la Danimarca protesta, si fa strada la percezione di una frizione intra-Nato, mentre Il Secolo XIX scrive che il presidente “mette nel mirino la Groenlandia”, inquadrando la mossa dentro la sfida artica e le supply chain energetiche.

Qui emergono due toni. Uno, allarmato e normativo: sul Corriere, l’editoriale “La forza e i diritti” invita a prendere sul serio i proclami e a misurarli sulla compatibilità euro-atlantica; La Stampa affida ad Alan Friedman la critica ai “modi da gangster del poliziotto globale”, recuperando la genealogia della Dottrina Monroe e del suo corollario. L’altro, strategico e realista: Il Mattino e Il Messaggero collegano Groenlandia e petrolio (impianti, investimenti, “hub” energetico italiano), mentre il Secolo d’Italia sottolinea l’allineamento con l’opposizione venezuelana come scelta coerente con la postura occidentale. Il Foglio, significativo termometro dell’atlanticismo nostrano, legge la partita come messaggio a Pechino e Teheran, collocando Groenlandia e Caracas sulla stessa scacchiera.

Per la politica estera italiana, la risonanza sui giornali evidenzia una tensione irrisolta: l’adesione alla Nato e alla relazione privilegiata con gli Usa convive con la necessità di difendere diritto internazionale e coesione europea. I richiami di Copenaghen, riportati da la Repubblica, e le domande del Corriere su che cosa accadrebbe se “un alleato” fosse messo nel mirino, mostrano i limiti di una postura puramente reattiva.

Gli altri fronti: Ucraina, Gaza, Suez, tecnologia bellica

Fuori dal cono di luce caraibico, solo lampi. La Discussione registra nuovi raid su Kharkiv e la richiesta di Zelensky di un sostegno “stabile”, segnalando perfino la preparazione di un vertice con Trump: un dettaglio che lega la guerra europea alla nuova assertività della Casa Bianca. Sempre La Discussione annota un attacco israeliano a Gaza e l’allarme Onu sulla crisi umanitaria, mentre Il Fatto Quotidiano pubblica un’inchiesta su “silenzi e complicità” dell’Ue su Gaza: segnali di un tema ancora acceso ma che oggi trova poco spazio di prima pagina.

Sul piano della sicurezza economica, Il Secolo XIX mette in risalto lo “stallo al Canale di Suez” e l’ansia nei porti Ue, ricordando come le strozzature marittime pesino su una logistica già stressata. Sempre Il Secolo XIX propone un focus su “come i droni hanno cambiato le guerre”, chiave che La Stampa riprende con un racconto dal Donbass e che si ritrova implicitamente anche nei pezzi più tecnologici sulla cattura di Maduro. Nel complesso, l’attenzione a questi dossier è episodica: dominano il ciclo venezuelano e la sua coda artica, con il resto dei conflitti internazionali ridotto a cornice.

Questa selezione non è neutra. Premia la novità spettacolare e il ritorno della geopolitica delle “soglie” (interventi, extraterritorialità, artico), mentre declassa le guerre a bassa intensità ma ad alto costo umano, come Ucraina e Gaza, a “rumore di fondo”. La Repubblica e La Stampa provano a integrare elementi etici (diritti, sovranità, detenuti), ma la fuerza dei titoli resta orientata sulla potenza americana e sulla sua imprevedibilità.

Conclusione

La rassegna delle prime pagine parla di un’Italia mediatica che osserva il mondo dalla lente di Washington: consenso e scetticismo si bilanciano, ma gli Usa restano l’asse di riferimento. La centralità attribuita a Caracas e alla Groenlandia rivela due priorità: l’ordine di sicurezza occidentale e l’accesso a risorse strategiche (energia, rotte, artico). Ne escono penalizzati i fronti già noti (Ucraina, Gaza) e i temi multilaterali classici, che riaffiorano solo attraverso l’Europa dei “diritti” citata da il Corriere della Sera e La Stampa. Se c’è un filo rosso, è la riscoperta - talvolta con toni critici, talaltra esaltanti - del linguaggio della forza. Una bussola che indica quanto il dibattito italiano fatichi a coniugare atlantismo e sovranità europea, e che lascia aperta la domanda chiave: come posizionarsi quando la potenza alleata bussa alle porte dell’ordine giuridico che l’Europa dice di voler difendere.