Introduzione

Sulle prime pagine di oggi l’orizzonte internazionale italiano è definito da due grandi assi: il "caso Venezuela" - con Nicolás Maduro in catene davanti a un tribunale federale di New York e l’interim di Delcy Rodríguez - e l’inasprimento della contesa sull’Artico, con le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia e la reazione europea. Il Corriere della Sera e la Repubblica dedicano aperture e ampi richiami a Caracas e all’Artico; La Stampa affianca analisi di lungo periodo sulle zone d’influenza; Avvenire, con taglio etico-diplomatico, mette in primo piano la tutela della sovranità e l’appello della Chiesa venezuelana alla riconciliazione. Non manca un terzo filo che cuce i due temi: l’impotenza o frammentazione dell’Europa, leitmotiv per Il Riformista, La Notizia e il Secolo XIX. Pur con la tragedia di Crans-Montana a occupare molte fotografie e titoli domestici, l’agenda mondiale resta ben visibile.

Venezuela: processo, legittimità e geopolitica del petrolio

Il Corriere della Sera enfatizza la dimensione giudiziaria e diplomatica: “Maduro in aula: ‘Io rapito’”, con l’Onu che segnala violazioni delle regole e il dettaglio politico dell’interim “con rammarico” di Rodríguez, mentre si cita l’allarme sull’Artico come sfondo strategico. La Repubblica mette in evidenza il contraccolpo globale - minacce di Washington a Colombia e Messico, e critiche in sede Onu da Russia, Cina e Francia - suggerendo il passaggio a una più marcata politica delle sfere d’influenza. Avvenire bilancia cronaca e dottrina: “Governo all’americana”, il Papa richiama a garantire sovranità e bene del popolo, i vescovi venezuelani dicono “no ad ogni violenza” e Pier Ferdinando Casini riduce l’operazione alla posta in gioco energetica. Il Dubbio, coerente con la propria sensibilità garantista, interroga la legittimità del processo (“Ma il processo è legittimo?”), mentre Il Gazzettino e Il Mattino ospitano l’analisi economico-strategica di Fabrizio Galimberti sulla “geopolitica dell’energia” e la “fame di petrolio” (anche dell’IA), spostando l’asse interpretativo sulla Realpolitik.

Il Foglio - quotidiano marcatamente atlantista - legge Caracas nel mosaico delle autocrazie: l’operazione contro Maduro come tassello che indebolisce l’asse Russia-Iran-Cuba, con un merito indiretto all’“eroica resistenza ucraina” che avrebbe ridotto la proiezione russa altrove. Di contro, Il Manifesto e l’Unità parlano di “guerre di aggressione” e di “tempesta fascista e guerresca”, insistendo sulla rottura dell’ordine internazionale del 1945 e sull’uso strumentale del diritto. La Stampa offre due chiavi complementari: da un lato l’analisi di Nathalie Tocci sul timore europeo di Trump; dall’altro l’editoriale di Stefano Stefanini che sancisce il trapasso alle zone d’influenza (Americhe/Usa, Eurasia/Russia, Asia-Pacifico/Cina), con un’Europa fuori campo. Domani sottolinea che “l’Ue balbetta”, mentre la Nuova Caracas di Rodríguez “lavora insieme” a Washington. A destra, Il Giornale e Libero celebrano l’avvio del processo e stigmatizzano la simpatia di parte della sinistra per il chavismo; l’Opinione e il Secolo d’Italia salutano il “colpo” a una dittatura e sollecitano fermezza verso Teheran. Nel mezzo, La Verità e Il Riformista coniugano critica dell’ipocrisia europea e accettazione del nesso energetico: per Belpietro “Absolute resolve” è Realpolitik; Velardi chiede meno moralismo e più interessi.

Sul piano del frame, emergono tre linee. Primo, la legalità internazionale: Avvenire, Il Dubbio, Il Manifesto e la Repubblica pongono l’accento su regole e sovranità, con sfumature diverse - dal richiamo etico (Avvenire) alla denuncia di “macelleria del diritto” (Il Dubbio) e “aggressione” (Il Manifesto). Secondo, la sicurezza energetica: Corriere (Mercosur in risalto come contesto commerciale), Gazzettino e Mattino insistono su petrolio e catene del valore; La Stampa problematizza gli effetti di lungo periodo. Terzo, la strategia degli schieramenti: Il Foglio e Il Riformista leggono Caracas come mossa anti-asse autoritario e cartina di tornasole del vuoto strategico europeo.

Groenlandia e Artico: sovranità, Nato e terre rare

Il Secolo XIX apre con “Groenlandia, l'altolà dell’Europa”, citando la premier danese Mette Frederiksen e i paletti alla revisione dei confini in chiave Nato; accanto, il giornale segnala “una piccola Ue con poche carte”. Il Corriere della Sera affida a Carl Bildt un monito: “Gli Usa nell’Artico, il rischio è attuale”, mentre la vignetta di Giannelli restituisce la dinamica “l’appetito vien mangiando”. Il Messaggero e Il Mattino sottolineano il sostegno europeo a Copenaghen (“scudo Ue”), facendo intravedere un coordinamento tra Palazzo Chigi e i partner continentali; Domani parla invece di “Ue che balbetta”, segnalando lo scarto tra dichiarazioni e deterrenza. Il Manifesto avverte che la contesa potrebbe “mandare in tilt l’Alleanza atlantica”: se l’Artico diventa oggetto di “real estate geopolitico”, la coesione Nato vacilla. Il Foglio arricchisce la scena con due tasselli: “L’Artico di Xi”, cioè la rotta polare aperta dalla Cina, e il battage politico-mediatico della “power couple” trumpiana.

Nel frame italiano prevalgono due preoccupazioni. La prima è giuridico-istituzionale: la Groenlandia è territorio del Regno di Danimarca, quindi questione Ue e Nato; le richieste americane forzano il tabù dell’integrità territoriale. La seconda è strategico-economica: l’isola è scrigno di terre rare e snodo di rotte artiche, elementi che spiegano l’accanimento Usa e l’attivismo cinese. In controluce, alcuni fogli - La Notizia e Il Riformista - insistono sull’irrilevanza europea: molto “panico”, poca politica. Altri - Corriere e Messaggero - suggeriscono che un minimo di risposta comune esiste, ma resta da vedere se basti a dissuadere Washington. Libero ospita persino la tesi della “Groenlandia sfruttata dai danesi”, segnale di quanto il tema sfidi i riflessi tradizionali.

Riverberi: Iran, Gaza, Ucraina ed Europa

Il Venezuela non è un unicum. La Repubblica registra l’allargamento delle minacce di Trump a Messico e Colombia e riferisce di accuse anti-Usa all’Onu; La Notizia e Il Riformista spostano il faro su Teheran (“ora l’Iran trema”), mentre l’Edicola rilancia il warning israeliano contro l’Iran e Il Manifesto documenta la ripresa delle operazioni a Gaza. La Discussione segnala i raid russi sull’Ucraina e un summit dei “Volenterosi” a Parigi; Il Fatto richiama il “rimpastone a Kiev”. Il Foglio mette tutto su un unico asse: la guerra “non è a pezzi”, i fronti sono interconnessi; sostenere Kiev e contenere Caracas fanno parte della stessa strategia contro gli “stati canaglia”.

Sul versante europeo, due atteggiamenti si fronteggiano. Da un lato, l’appello all’autonomia strategica e alla coerenza normativa: il Corriere (“L’Europa trovi se stessa”) e La Stampa (Tocci e Stefanini) propongono un pivot di lungo periodo, mentre Avvenire chiede di “mantenere vivo il diritto”. Dall’altro, la diagnosi impietosa dell’irrisolutezza: La Notizia parla di “Europa nel panico”, Il Riformista di un continente “fermo a guardare”, il Secolo XIX di una Ue con “poche carte”. Nel mezzo, alcuni segnali operativi - il sostegno a Copenaghen sull’Artico, l’apertura italiana a Mercosur - indicano che una dimensione di politica estera comune è possibile, ma non ancora sistemica.

Conclusione

Le prime pagine di oggi restituiscono un’Italia mediatica polarizzata tra legalismo e Realpolitik. Sul Venezuela, la frattura è netta: per Il Manifesto e l’Unità è “aggressione”, per Il Foglio e Il Riformista un passaggio utile a contenere gli avversari e a tutelare interessi energetici. Sulla Groenlandia, si misura la capacità dell’Ue di farsi attore, non solo spettatore: tra “scudo” e “balbettii”, l’esame non è concluso. In filigrana, la domanda chiave - rilanciata da Corriere, La Stampa e Avvenire - è se l’Europa saprà coniugare difesa del diritto internazionale e protezione dei propri interessi. La sensazione che emerge dai giornali è che il baricentro si stia spostando verso un mondo di blocchi e di cose “nostre” e “loro”: comprenderlo senza subirlo sarà la sfida di politica estera del 2026.