Introduzione

Le prime pagine italiane oggi mettono in primo piano due dossier di politica estera: la risposta europea alle mire di Donald Trump sulla Groenlandia e l’intesa della Coalizione dei Volenterosi a Parigi per definire garanzie di sicurezza a favore di Kiev, inclusa una futura forza multinazionale dopo il cessate il fuoco. Su entrambe le questioni il coinvolgimento italiano è esplicito: il Corriere della Sera apre con lo “stop europeo a Trump” e l’architettura per l’Ucraina, mentre la Repubblica, La Stampa e Domani intrecciano i due temi, sottolineando il “no” italiano a truppe sul terreno. Sullo sfondo, l’operazione americana in Venezuela e la transizione a Caracas polarizzano commenti e interpretazioni: Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto, Il Riformista e Il Foglio offrono letture contrastanti del rapporto tra diritto internazionale, interessi energetici e dottrina di potenza.

Artico, sovranità e alleanze: la prova della Groenlandia

Il Corriere della Sera sintetizza la posizione dei principali capi di governo europei con un titolo programmatico: “Groenlandia, stop europeo a Trump”, richiamando la dichiarazione congiunta in cui si ribadisce che “la Groenlandia appartiene al suo popolo”. La Stampa parla di “tensione Usa-Ue”, il Gazzettino sceglie l’inequivoco “La Groenlandia non si tocca”, mentre La Discussione e Il Riformista (con la metafora “Trincea di ghiaccio”) insistono sulla dimensione strategica dell’Artico e sulla sovranità danese. Il Foglio interpreta la presa di posizione come “il primo vero no di Meloni a Trump”, evidenziando l’inedita compattezza europea su un dossier che tocca l’integrità territoriale di un alleato NATO. Anche testate popolari come Leggo rilanciano l’altolà ai piani statunitensi di un accordo diretto con Nuuk aggirando Copenaghen.

Questa convergenza è letta con accenti diversi. Il Foglio parla di test per Ue e Alleanza atlantica, un banco di prova per la leadership europea più che un semplice gesto simbolico. La Verità sottolinea la presunta incoerenza dell’Europa che “prova a replicare a Trump sulla Groenlandia però poi lo invoca per Kiev”, mentre L’Unità ospita una voce schierata “con gli Inuit” che problematizza il retaggio coloniale del rapporto Groenlandia-Danimarca e sonda lo spazio di autodeterminazione dell’isola. Nel complesso, i quotidiani disegnano un’Italia allineata ai partner Ue sulla sovranità artica ma attenta a non trasformare l’attrito con Washington in rottura: prevale un atlantismo critico, che prova a segnare dei “paletti” senza scardinare l’ombrello di sicurezza americano.

Kiev, i Volenterosi e i limiti del sostegno europeo

Il secondo fuoco incrociato è l’accordo dei Volenterosi a Parigi: la Repubblica titola “Forza di pace in Ucraina”, mettendo in chiaro che il contingente multinazionale scatterebbe solo dopo la tregua, e che “Meloni: non manderò i nostri militari”. Il Giornale (“Kiev, intesa sulla sicurezza”) riprende la linea italiana del no alle truppe, mentre Il Secolo XIX e Il Messaggero insistono sulla dinamica operativa: francesi e britannici si dicono disponibili a impiego sul terreno post-cessate il fuoco, con ruolo statunitense di monitoraggio; Avvenire puntualizza: “Forze civili e militari a Kiev (ma niente truppe italiane)”. Il Foglio, con “La convergenza”, dà risalto alla cornice euro-americana e alla presenza di emissari di Washington, mentre Il Fatto Quotidiano evidenzia l’asse franco-britannico pronto a “truppe in Ucraina con gli Usa”.

Al di là delle sfumature, La Stampa converge sull’idea che l’Ue stia tentando di uscire dalla dipendenza tattica dai tempi di Washington, ma resti vincolata all’ombrello strategico statunitense. Qui i toni si separano: Il Manifesto legge nel vertice una diplomazia di “guanti bianchi con Trump” pur di ottenere l’appoggio sul dossier ucraino, mentre La Discussione e La Stampa privilegiano la narrativa della responsabilizzazione europea. Libero e Leggo ribadiscono il perimetro italiano (“niente truppe”), che viene presentato come equilibrio tra solidarietà con Kiev e rispetto delle procedure costituzionali. In filigrana, emerge l’idea di una “autonomia strategica condizionata”: disponibilità europea a prendersi oneri maggiori nella gestione del dopo-guerra, ma con gli Stati Uniti come garante ultimo della deterrenza e del monitoraggio.

Venezuela, diritto internazionale e dottrina di potenza

Il terzo campo è Caracas. Le prime pagine mostrano come la frattura interpretativa corra lungo linee ideologiche. Il Manifesto titola “Stato di eccezione a Caracas”, denunciando arresti di giornalisti e l’idea di una diplomazia “FAFO” statunitense; L’Unità parla di “regime al bivio”, paventando l’incognita della guerriglia oltre confine che la Repubblica documenta dal fronte colombiano (“L’incognita della guerriglia”). Il Fatto Quotidiano incardina il racconto su interessi economico-energetici (“Eni avanza 3 mld da Caracas… le armi +12% in Borsa”), con un’intervista che definisce lo scontro “fra imperi” e segnala il rischio per l’Ue di restare “sotto scacco”. Sul versante opposto, Il Foglio ospita una serie di editoriali che giudicano positivo il crollo del “cartello Maduro” e sottolineano il fallimento della sinistra latinoamericana; La Stampa dà spazio a Maria Corina Machado che “offre il Nobel a Trump”, mettendo in luce la contesa per la legittimità nell’opposizione venezuelana.

Le cornici analitiche sono molteplici. Il Riformista compie un esercizio di realismo, ammettendo la violazione del diritto internazionale ma sostenendo che l’“ipocrisia” sia parte costitutiva dell’ordine liberale; Avvenire, con “La spartizione silenziosa”, teme il ritorno alle sfere di influenza (Americhe agli Usa, Eurasia alla Russia, Asia-Pacifico alla Cina). La Ragione rievoca il caso Noriega come precedente problematico di “giustizia penale extraterritoriale”. Nel complesso, i quotidiani segnalano due rischi convergenti: la normalizzazione delle operazioni di cambio di regime fuori dai binari multilaterali, e l’effetto domino su altri teatri - Groenlandia inclusa - in cui la forza tenta di riscrivere la sovranità. Anche qui, l’Italia viene ritratta divisa tra atlantismo pragmatico e preoccupazione per l’erosione del diritto internazionale.

Conclusione

Dalle aperture e dai commenti di oggi emerge un filo rosso: gli editori italiani colgono che la partita sull’ordine mondiale si gioca simultaneamente sul fronte artico, sul campo ucraino e nel laboratorio venezuelano. Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa e Domani descrivono un’Europa chiamata a “battere un colpo”, con un’Italia che si allinea sui principi di sovranità (Groenlandia) ma marca limiti operativi (Ucraina). Il Foglio, Il Riformista e La Ragione spingono per un atlantismo assertivo e responsabilizzante, mentre Il Manifesto, L’Unità e Il Fatto Quotidiano ammoniscono contro la deriva delle sfere di influenza e l’erosione delle regole. La sensazione è che le prime pagine stiano metabolizzando una fase “post-Westfaliana”, in cui la capacità di fissare e far rispettare linee rosse - senza rinunciare al multilateralismo - diventa il vero barometro della politica estera europea.