Introduzione
Le prime pagine italiane convergono su tre fuochi internazionali: la rivolta in Iran repressa nel sangue, il riposizionamento europeo sulla guerra in Ucraina con l’ipotesi di truppe francesi, e la crisi venezuelana diventata banco di prova del rapporto con Washington e dell’energia. Il Corriere della Sera, la Repubblica e la Stampa aprono sull’Iran, seguiti da il Messaggero e il Gazzettino; Avvenire intreccia Iran e Venezuela con un taglio umanitario. Il Manifesto e Domani aggiungono una chiave critica verso la proiezione di potenza statunitense; Secolo d’Italia enfatizza l’allineamento atlantico e gli interessi energetici (Eni). Alcune testate generaliste mantengono un profilo più domestico, ma l’onda lunga delle crisi globali domina l’agenda.
Iran: la rivolta e le cornici narrative
Il Corriere della Sera titola sul “sangue sulla protesta”, quantificando “decine di morti” e migliaia di arresti, con gli ospedali “in modalità di crisi”. La Repubblica insiste sulla “pena di morte” evocata da Khamenei e sul blackout di internet, affiancando la minaccia/assicurazione di Donald Trump di “aiutare i manifestanti”. Anche la Stampa parla di “sangue e repressione”, indicando un Paese isolato e sotto oscuramento informativo. Il Messaggero e il Gazzettino riprendono lo schema di nera internazionale (bilanci, allerta pasdaran), mentre Il Secolo XIX enfatizza la “rivolta aperta” con toni di escalation. Avvenire segnala il doppio binario “tra la rivolta e le minacce”, puntando al valore della vita e del diritto di protesta.
L’interpretazione varia: Il Manifesto avverte che l’ipotesi di un “regime change” esterno è illusoria, definendo la protesta “questione interna che riemerge a ciclo continuo”, e guarda con scetticismo al ritorno di Reza Pahlavi. Domani legge la durezza del regime come segno di paura e sottolinea la novità del sostegno diasporico femminile. Le testate più atlantiste (Il Giornale, Secolo d’Italia) amplificano la disponibilità Usa a intervenire moralmente e politicamente; quelle d’area progressista (la Repubblica, la Stampa, Il Manifesto) mettono in guardia dai rischi di un unilateralismo destabilizzante. Ne esce un mosaico che riflette tre posture: diritti umani come faro, realismo di potenza, e prudenza anti-escalation.
Ucraina: la tentazione del “boots after ceasefire”
Il Corriere della Sera rilancia la mossa di Parigi: Emmanuel Macron “pronto a inviare seimila soldati” in Ucraina, collegando la prospettiva a un cessate il fuoco e al tavolo della ricostruzione (Davos, 800 miliardi). La Discussione parla di “forza multilaterale”, con allerta Nato e Consiglio di Sicurezza Onu convocato d’urgenza; evidenzia il gelo operativo, i blackout e le minacce russe che mirano a dissuadere l’Occidente. La Stampa preferisce un taglio umano (“Vera salvata dal drone”), ma allude a un fronte europeo che non riesce a difendere lo stato di diritto senza appoggiarsi agli Usa. Il Giornale osserva l’ipotesi di un “inviato Ue per Kiev”, segnale di desiderio di unità di voce europea, ancora sulla carta.
Sul piano delle cornici, le testate oscillano tra l’attivismo francese e la cautela italiana. Il fronte progressista critica il paradosso di annunciare truppe “dopo” la pace, leggendo la mossa come pressione negoziale che può irrigidire Mosca; il fronte atlantista la legge come deterrenza credibile. In controluce, appare la partita di leadership intra-Ue: la Francia (e in parte il Regno Unito) scalano l’iniziativa, Berlino sfuma, Roma cerca una via tra prudenza e ruolo. La “ricostruzione” a Davos è già geopolitica economica: chi finanzia, decide standard e influenza; la stampa economico-politica lo mette in chiaro con riferimenti a Eni e alle catene del valore energetiche.
Venezuela: energia, diritto internazionale e dottrina di potenza
La Repubblica denuncia la “presa per il bavero” del mondo da parte di Trump, legando la cattura di Nicolás Maduro all’erosione dei vincoli del diritto internazionale. Il Manifesto parla di “resa” nella riapertura dei canali diplomatici di Caracas con Washington, mettendo in fila scarcerazioni parziali e sanzioni petrolifere. Avvenire illumina il confine colombiano-venezuelano come “frontiera pericolosa”, dove la normalizzazione resta fragile e le migrazioni forzate continuano. Il Secolo d’Italia, al contrario, sottolinea l’opportunità: Eni “pronta a collaborare con gli Usa” sul petrolio venezuelano, quadro ribadito anche dal Corriere (“sanzioni Usa e partita dell’Eni”). La Stampa ospita letture filosofico-politiche sul “disarmo etico” del realismo e l’assoggettamento europeo alla dottrina Monroe rivisitata.
Il dissidio di fondo: per il versante liberal-progressista, l’extraterritorialità Usa e i sequestri navali aprono precedenti pericolosi; per l’area atlantista e business-friendly, sono strumenti di ordine e stabilità delle forniture. L’Italia, come raccontano queste pagine, vive una doppia appartenenza: partner Nato e Paese-ponte mediterraneo, ma anche hub energetico con aziende esposte. La centralità dell’energia rende l’America Latina una pedina della sicurezza nazionale: la stampa lo riconosce, pur divisa tra esigenza di approvvigionamento e difesa delle regole.
Altri segnali: Gaza e Groenlandia
Il Manifesto mantiene aperta la finestra su Gaza (“senza tregua”), richiamando il nesso tra blocco, clima e vittime civili. La Discussione e L’Edicola citano la Groenlandia come nuovo choke point strategico nelle mire americane: artico, rotte e basi militari entrano di diritto nel lessico dei prossimi anni. Sono indizi della stessa trama: conflitti a bassa intensità che si intersecano con infrastrutture critiche, clima e risorse.
Conclusione
La carta stampa italiana propone tre lenti con cui leggere le crisi: il paradigma dei diritti (Avvenire, in parte la Repubblica), il realismo di potenza (Secolo d’Italia, alcune analisi del Corriere), e la critica dell’unilateralismo (Il Manifesto, Domani, voci su La Stampa). Sull’Iran, prevale l’urgenza umanitaria; su Ucraina e Venezuela, la contesa è sulla titolarità della “forza legittima” e sulla capacità dell’Europa di non appaltare la propria sicurezza agli Usa. In filigrana, l’energia è la vera politica estera del continente: una verità che, oggi, accomuna i titoli più diversi.