Introduzione

Le prime pagine di oggi spingono l’attenzione oltreconfine su tre assi principali: il braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran, il logoramento e la diplomazia di guerra attorno all’Ucraina (con annessa offensiva cibernetica in Italia), e il ritorno della Cina come mediatore interessato mentre l’Europa prova a ritagliarsi una postura strategica su difesa e competitività. Il Corriere della Sera, Il Mattino e Il Secolo XIX convergono sulla crisi Iran-USA e sui colloqui spostati in Oman/Abu Dhabi; Il Foglio e Avvenire insistono su Ucraina e sul vuoto lasciato dall’architettura del controllo degli armamenti; La Stampa e Il Messaggero illuminano il triangolo Xi-Putin-Trump e la risposta europea tra GCAP e terre rare. In parallelo, La Repubblica offre un’ampia intervista a Guterres sull’inerzia del multilateralismo. Testate come La Verità, Libero Quotidiano e Secolo d’Italia restano prevalentemente assorbite da polemiche domestiche, segnando uno scarto di priorità.

Iran-USA: colloqui in bilico, retorica muscolare e rischi di escalation

Il Corriere della Sera mette in pagina il “braccio di ferro” su una nuova sede per i colloqui, con l’Oman come punto di caduta dopo lo stallo su Istanbul, mentre Il Mattino titola sull’avvertimento di Trump a Khamenei e sull’ipotesi di rottura imminente. Il Secolo XIX parla di “colloqui sul nucleare a rischio” e registra il tono minaccioso del presidente americano. L’Identità radicalizza: “annullati i colloqui, Washington potrebbe attaccare”, segnalando la deriva verso lo scenario peggiore.

Nella rappresentazione, le testate più generaliste (Corriere della Sera, Il Mattino, Il Secolo XIX) privilegiano la dinamica di processo — sede, formato, sponsor del Golfo — mentre la stampa d’opinione (L’Identità) alza la temperatura lessicale. L’Opinione prova il contrappunto ottimistico (“presto buone notizie sull’Ucraina” e negoziati ad Abu Dhabi sullo sfondo), suggerendo un possibile intreccio di dosseri mediorientali e ucraini. Il quadro rivela un riflesso atlantista diffuso: gli interessi italiani sono allineati al contenimento dell’Iran, con visibilità data ai mediatori del Golfo e alla postura USA. L’assenza di riferimenti sostanziali all’UE come attore negoziale sottolinea la marginalità europea sul dossier nucleare.

Ucraina: inverno di fuoco, diplomazia incerta e guerra ibrida in casa

Il Foglio apre di fatto il fronte ucraino con un pezzo che trasforma il gelo in arma bellica (“Il Generale Inverno parla ucraino”), descrivendo la strategia russa sui bombardamenti energetici e il neologismo “Kholodomor”. Avvenire segnala la scadenza del New START e le “ombre nucleari sul mondo”, legando l’erosione dei trattati al peggioramento della sicurezza europea. La Repubblica e Il Gazzettino mettono in evidenza gli attacchi hacker “di matrice russa” contro obiettivi italiani e infrastrutture legate alle Olimpiadi, tema presente anche sul Corriere della Sera e La Discussione.

Due linee interpretative emergono. La prima, tipica di Il Foglio e Avvenire, enfatizza la dimensione strategica globale: guerra di logoramento, dottrina del terrore energetico e vuoto di governance nucleare. La seconda, in Corriere della Sera, La Repubblica, Il Gazzettino e La Discussione, traduce la guerra ibrida sul piano domestico italiano, registrando i DDoS filorussi e i rischi reputazionali e di sicurezza durante eventi ad alta visibilità. Questo doppio registro svela una bussola mediatica italiana fortemente pro-NATO e sensibile all’extraterritorialità del conflitto: l’idea che “la guerra è già tra noi” nella dimensione cibernetica.

Xi tra Putin e Trump; l’Europa tra autonomia e allineamento

La Stampa descrive Xi come “nuovo arbitro” del disordine globale, capace di parlare nello stesso pomeriggio con Putin e poi con Trump. Il Foglio fa eco (“Xi parla con tutti”), ma sottolinea la tattica di Pechino di non scoprire le carte su Iran e Ucraina. Il Messaggero sposta il baricentro sulla risposta europea: “Terre rare, patto anti-Cina” e un’analisi sui costi/benefici per Roma e Bruxelles. Sul terreno della difesa, il Corriere della Sera segnala l’ipotesi di un riassetto tedesco attorno al GCAP (Italia-UK-Giappone), a scapito del progetto FCAS a trazione franco-tedesca; Il Mattino parla di un tavolo Roma-Berlino sulla competitività da attivare ai margini dei Consigli europei.

Qui affiora una doppia consapevolezza. Da un lato, la centralità di Pechino come mediatore opportunista e revisore di equilibri; dall’altro, la spinta di alcune capitali UE (Roma inclusa) a muoversi con pragmatismo industriale e tecnologico, senza strappare l’ancoraggio atlantico. La triangolazione Cina-Russia-USA rimette in moto le faglie interne all’UE tra filoni “sovranisti industriali” e rilancio dell’integrazione di difesa, con l’Italia vista — da Corriere e Il Messaggero — come attore intenzionato a incassare dividendi industriali e di sicurezza.

Medio Oriente e diritti umani: Gaza, ONU e piazze

L’Unità denuncia nuovi morti a Gaza “nonostante la tregua”, enfatizzando il costo umanitario e chiamando “terrorismo” l’uso della forza contro civili; La Discussione riferisce 23 vittime (tra cui 7 bambini) durante raid israeliani. Sul piano multilaterale, La Repubblica dà voce a Guterres (“il potere ha sostituito la legge”), certificando la crisi di efficacia delle Nazioni Unite. Avvenire affianca il rapporto HRW con un monito papale contro la corsa al riarmo.

Questa costellazione di titoli delinea un sentire pubblico che alterna indignazione umanitaria e scetticismo istituzionale: forte empatia per le vittime, scarsa fiducia nella capacità delle istituzioni globali di fermare le ostilità. Il lessico è polarizzato: giornali militanti come L’Unità spingono sull’accusa politica, mentre testate di taglio istituzionale (La Repubblica, Avvenire) rammendano il discorso normativo su ONU e diritto internazionale.

Chi manca all’appello internazionale

La Verità, Libero Quotidiano e Secolo d’Italia, pur citando di sfuggita vicende ungheresi o cyber minacce, dedicano la quasi totalità della vetrina a filoni domestici — decreto sicurezza, referendum sulla giustizia, polemiche simboliche — confermando una gerarchia dell’agenda più provinciale. Il Fatto Quotidiano lambisce l’estero sul versante ucraino (umore dell’opinione pubblica) ma prioritizza la dialettica interna su giustizia e Rai. È uno iato netto con il resto del panorama.

Conclusione

Il mosaico delle prime pagine racconta un’Italia mediatica prevalentemente atlantista e determinata a leggere le crisi in chiave di sicurezza: Iran e Ucraina come stress test dell’ordine internazionale; la Cina come snodo da ingaggiare con realismo; l’UE come cantiere strategico più che come attore politico compiuto. Dove l’agenda estera sparisce, prevale il circuito corto della politica nazionale. Dove emerge, affiora un riflesso di “realpolitik europeista” che tenta di conciliare deterrenza, industria e multilateralismo, pur in un contesto di istituzioni globali ritenute poco efficaci.