Introduzione
Le prime pagine italiane convergono oggi su tre assi della politica internazionale: l’inasprimento del confronto tra Stati Uniti e Iran dopo lo State of the Union di Donald Trump; la tenuta del fronte europeo sull’Ucraina tra nuovi aiuti e segnali di logoramento; la partita economico‑strategica con la Cina, con una Germania attiva e un’Unione che cerca coesione. Il Corriere della Sera e la Repubblica enfatizzano l’ultimatum di Washington a Teheran e i rischi per l’Europa, mentre Il Secolo XIX e Il Messaggero aggiungono sanzioni, posture militari e contatti con Zelensky. Sul conflitto ucraino, Il Foglio offre cronache sul terreno della russificazione nei territori occupati, Il Riformista punta sull’agenda italiana ed europea di sostegno a Kyiv, Domani racconta vertici “a due” senza Mosca e una diplomazia in affanno. Infine, l’editoriale di Romano Prodi su Il Messaggero e Il Mattino e l’apertura geo‑economica di Domani su Merz a Pechino misurano il dilemma Ue tra mercato e sicurezza. Molti quotidiani generalisti mantengono però un baricentro domestico (referendum giustizia, cronaca), con scarsa visibilità del mondo sulle loro vetrine.
USA‑Iran: la soglia dell’escalation
Il Corriere della Sera presenta lo State of the Union come un “comizio” di 108 minuti e sottolinea l’ultimatum all’Iran, affiancando un’analisi su armi e nucleare e l’ira di Teheran. La Repubblica sintetizza: “l’Iran può colpire anche l’Europa”, evidenziando la cornice elettorale e la torsione nazionalista di Trump. Il Secolo XIX spinge più in là, parlando di “attacco vicino” e di nuove sanzioni contro la flotta ombra di Teheran; mentre Il Messaggero combina la dimensione securitaria con la diplomatica (“Trump parla con Zelensky. Nuove sanzioni contro l’Iran”). La Discussione aggiunge tasselli operativi: oltre 300 velivoli USA nel Golfo, F‑22 trasferiti in Israele, evacuazioni a Beirut e il messaggio di Hezbollah che non interverrà in caso di raid “limitati”.
L’insieme del racconto fotografa un’Italia mediatica prevalentemente atlantista ma non monolitica. Il Foglio, in chiave critica, descrive “L’America solitaria” di un presidente ripiegato su sondaggi e campagna, mentre L’Opinione delle Libertà celebra “la rivoluzione americana” e i toni soft verso la Corte Suprema. Il Giornale parla di “nuovo Trump” dai “toni soft” ma con l’avviso che “l’Iran può attaccarci”, e Leggo condensa l’asse del discorso in “Dazi e Iran”. L’accento condiviso sul rischio “anche per l’Europa” indica come gli editori leggano la crisi non più confinata al Medio Oriente bensì europea, tra basi NATO vulnerabili e traffico marittimo esposto. La selezione dei dettagli - dalle mosse militari alle sanzioni - tradisce l’idea che la deterrenza passi per dimostrazione di capacità, ma riaffiora anche l’interrogativo su obiettivi e limiti dell’azione: la maggior parte dei titoli resta sul registro dell’allerta, pochi articolano una via diplomatica oltre i “colloqui indiretti” citati da La Discussione.
Ucraina tra logoramento e scelte europee
Sul fronte ucraino, Il Foglio pubblica “cartoline dalla russificazione”, raccontando Luhansk e Mariupol come vetrine di cancellazione identitaria: un’angolazione che rimette al centro la posta di lungo periodo - territori, lingua, memoria - oltre il tracciato del fronte. Il Riformista lega la credibilità europea e italiana a due snodi: “equilibrio su Gaza e decisione su Kyiv”, fino all’uso dei beni russi sequestrati per superare i veti sul prestito Ue da 90 miliardi. Domani evidenzia un “vertice a due senza Mosca” e la fatica di un formato negoziale efficace; Avvenire registra che “Trump sente Zelensky” e che l’Italia dice sì al decreto aiuti, intrecciando dimensione etico‑umanitaria e responsabilità politica.
L’analisi comparata suggerisce tre linee editoriali. La prima, atlantista e valoriale (Il Foglio, Avvenire), insiste sull’aggressione russa e sull’urgenza di sostegno, anche simbolico, a Kyiv. La seconda, politica‑strategica (Il Riformista, Domani), misura costi e coesione europea, denunciando le falle di governance Ue e i veti nazionali. La terza, più scettica (La Verità, con l’accusa di “pulizia etnica” post‑bellica attribuita a Kyiv), rovescia il frame su responsabilità e rischi, segnando un approccio minoritario ma rumoroso nello spettro mediatico. La presenza sulla prima pagina di segnali opposti - dall’appello pratico ai fondi fino alla delegittimazione narrativa - rivela una frattura informativa che, in prospettiva, si traduce in opinione pubblica segmentata: tra sostegno “finché serve” e ansia di una guerra perpetua alle porte dell’Ue.
Europa e Cina: mercato, potere e unità che manca
Romano Prodi, in editoriale su Il Messaggero (ripreso anche da Il Mattino e Il Gazzettino), pone la domanda secca: “Europa e Cina, accordo o guerra?”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz vola a Pechino con una folta delegazione di imprese, segnale che Berlino tenta di ribilanciare i danni del protezionismo Usa e del riallineamento delle catene del valore, mentre gli accordi Ue con India e Mercosur non bastano. Prodi denuncia la scarsa compattezza europea verso la Cina, l’eterogeneità di interessi nazionali e il conseguente stallo: un invito a una politica commerciale e industriale di scala europea, prima che i deficit di oggi si consolidino in dipendenze strutturali Domani. Domani, dal canto suo, registra che “Merz spariglia e fa affari con Xi”, mentre Roma resta silente per non irritare Washington: una lettura che mette a contrasto l’attivismo tedesco con l’attendismo italiano.
Il filo che lega queste letture è il ritorno della geo‑economia come terreno di potere. La postura mediatica italiana oscilla tra realismo commerciale (tenere aperti i mercati) e allineamento strategico (evitare vulnerabilità verso Pechino nel quadro occidentale). Citare la “politica di Trump” come fattore di distorsione - come fa Prodi - è anche un modo per suggerire che, in un mondo di sanzioni incrociate, dazi e controlli export, l’autonomia decisionale europea richiede più Europa, non meno. Ma proprio qui si intravede la falla: i giornali che rilanciano l’analisi di lungo periodo sono minoranza, mentre molti - dalla cronaca alla polemica - trascurano l’impatto sistemico del triangolo Usa‑Cina‑Ue sulle filiere italiane.
Conclusione
Il mosaico di oggi mostra un’agenda estera dominata dalla sicurezza: Iran e Ucraina assorbono attenzione e titoli, la Cina torna attraverso la porta dell’economia. Corriere della Sera, la Repubblica, Il Secolo XIX e Il Messaggero guidano la narrazione atlantica e allarmata, Il Foglio e Il Riformista ne mettono a fuoco matrici valoriali e scelte politiche europee, Domani insiste sulle contraddizioni intra‑Ue, mentre poche testate (Avvenire) tengono ferma la bussola umanitaria. Dove l’internazionale manca - su quotidiani più ripiegati sulla politica interna - resta la sensazione di una stampa che, a ridosso di un referendum domestico, fatica a integrare le due dimensioni. Ne esce l’immagine di un’Italia mediatica vigile ma divisa: pro‑Occidente nei riflessi, prudente nelle ricette, intermittente nella strategia.