Introduzione

Sulle prime pagine italiane domina la crisi dello Stretto di Hormuz: l’Unione europea e diversi governi Nato rifiutano la richiesta di Donald Trump di inviare navi per riaprirlo, mentre il presidente americano minaccia contraccolpi sull’Alleanza. Il secondo asse narrativo è l’escalation in Libano, con l’Idf che annuncia “operazioni terrestri” nel sud e detriti di razzi che colpiscono una base Unifil a guida italiana. Il Corriere della Sera, la Repubblica e la Stampa dedicano l’apertura al “no” europeo a Trump, mentre Il Fatto Quotidiano calca i toni sullo “scaricabarile” verso Washington. Il Foglio, di tradizione atlantista, inquadra la partita tra interessi europei (rafforzare Aspides nel Mar Rosso) e l’imperativo americano a Hormuz. Giornali territoriali come Il Messaggero, Il Mattino e Il Gazzettino enfatizzano gli aspetti di sicurezza per i militari italiani tra Libano e Iraq. Poche testate restano senza un grande tema estero in prima; quando accade, come sul Secolo d’Italia, la finestra internazionale è marginale.

Hormuz e il muro europeo a Trump

Il Corriere della Sera titola sul secco rifiuto Ue: “Hormuz fuori dal raggio Nato”, affiancando il monito di Antonio Tajani che “non possiamo infilarci in questo conflitto” e i dettagli industriali sulla lotta alle mine dai cantieri navali italiani. La Repubblica parla di “Doppio schiaffo a Trump”, unendo al no su Hormuz la spaccatura nel G7 sulla gestione del fronte libanese, con Giorgia Meloni allineata ai partner europei. La Stampa sintetizza “Europa e Nato, Trump contro tutti” e offre un’analisi su come “il Tycoon è nudo” sul piano strategico. Il Foglio nota l’inedita unanimità al Consiglio Affari esteri e cita l’Alto rappresentante Kaja Kallas: “Questa non è la guerra dell’Europa”, ricordando la priorità europea di rafforzare la missione Aspides nel Mar Rosso.

Il Fatto Quotidiano sceglie un frame polemico (“Mollato da tutti”), puntualizzando i no non solo da Ue, Germania e Italia, ma anche dal Giappone, mentre Il Secolo XIX riporta la linea della premier: l’Italia non invierà navi per non “fare un passo verso il coinvolgimento”. Domani insiste sul concetto che “questa non è la nostra guerra” e aggiunge un tassello industrial-energetico: “anche le Big Oil dicono basta”. La Verità collega il dossier Hormuz al caro-energia e al tabù europeo sul gas russo, mentre La Discussione ribadisce la linea dura Ue: “Nemmeno una molecola di energia russa”. In controluce, Il Dubbio e L’Edicola richiamano l’ultimatum di Trump e le minacce alla Nato; L’Identità vede nella frattura su Hormuz uno strappo atlantico più profondo. Nel complesso, le prime pagine mostrano un’Europa prudente e interessata a contenere l’escalation, pur pagando costi economici crescenti.

Sul piano editoriale emergono differenze di tono: atlantismo pragmatico sul Corriere della Sera e sulla Stampa; critica netta a Trump su la Repubblica e Il Fatto; approccio securitario e operativo su Il Foglio (Aspides come alternativa concreta). La pluralità di voci fotografa un’Italia ancorata all’Alleanza ma restia a farsi trascinare in una guerra navale ad alto rischio con Teheran.

Libano, Unifil e gli italiani nel mirino indiretto

In parallelo, la cronaca dalla “linea blu” tiene banco. L’Opinione delle Libertà titola: “Israele, truppe di terra in Libano”, mentre Il Messaggero e Il Gazzettino aprono sul “doppio attacco agli italiani”: detriti di razzi caduti sulla base Unifil a Shama (nessun ferito) e un drone che ha colpito un hotel a Baghdad con personale italiano in sicurezza. Il Mattino e il Corriere della Sera incrociano i due fronti - sud Libano e Hormuz - sottolineando i rischi di allargamento e gli effetti sui prezzi del petrolio. Avvenire propone un taglio umanitario: reportage dal Libano del Sud tra sfollati e accoglienza, e richiami del Papa alla de-escalation nel rispetto del diritto internazionale.

La Repubblica e la Stampa aggiungono il livello diplomatico: mezzo G7 sollecita Israele a evitare l’offensiva di terra, mentre Berlino e Londra frenano anche su Hormuz. Qui i quotidiani rivelano una sensibilità italiana peculiare: attenzione alla tutela dei contingenti, cautela nel non esporre la missione Unifil, centralità del canale multilaterale G7/Ue per mettere in chiaro “linee rosse” sull’operazione libanese. Il Manifesto e l’Unità adottano una cornice più militante, denunciando le vittime palestinesi in Cisgiordania e definendo l’intervento di Israele come “ri-invasione”, segno di un campo progressista che legge il conflitto in chiave diritti e accountability più che sicurezza.

Iran, energia e Cina: i cerchi concentrici della crisi

Oltre il day-to-day militare, diverse prime pagine guardano agli effetti sistemici. La Verità invoca “serve il gas russo” e denuncia l’illusione di prezzi presto normalizzati, mentre La Discussione ricorda il dogma Ue “zero molecole di energia russa”. Il Riformista promette un’esclusiva sull’uranio iraniano (“dove l’Iran stocca l’uranio”) e segnala una “parziale riapertura” di Hormuz con il barile in calo, ma sempre in un quadro di volatilità. Domani amplia lo scacchiere a Pechino (“Ue, Merz, Starmer rispondono picche”, con la Cina tirata per la giacca da entrambe le parti), e Il Foglio titola esplicitamente “La Cina in mezzo”, descrivendo il doppio pressing di Trump e Teheran su Xi, con la previsione di un vertice bilaterale ancora in bilico.

Avvenire, con un editoriale di geopolitica, sottolinea le “conseguenze dell’errore” strategico di Washington e Gerusalemme: Teheran non è collassata, i Paesi del Golfo appaiono più vulnerabili del previsto e lo scenario rischia di scivolare verso una guerra di logoramento navale. In questa chiave, le pagine economiche de Il Mattino e del Messaggero rilanciano l’idea che “l’economia sarà più decisiva dei missili”: prezzi dei carburanti, inflazione importata e margini fiscali europei definiscono la finestra d’azione di Roma e Bruxelles.

Nel perimetro italiano, alcuni quotidiani intrecciano la politica interna con gli scenari esteri: La Notizia vede una premier “equilibrista” tra il no a Hormuz e la campagna referendaria, mentre La Ragione critica la conduzione americana della guerra e segnala incidenti che toccano direttamente asset italiani (il drone MQ-9 distrutto in Kuwait). Il Giornale ricostruisce l’ira di Trump e il rischio di “conseguenze molto pesanti per la Nato”, mantenendo un taglio filogovernativo sul ruolo prudente di Roma.

Conclusione

La fotografia d’insieme è quella di un’Italia - e di un’Europa - che scelgono la deterrenza diplomatica e la gestione del rischio energetico, rifiutando di estendere la missione Aspides a Hormuz e cercando di arginare l’escalation in Libano attraverso i formati G7/Ue/Onu. Il pluralismo editoriale si distribuisce tra un atlantismo pragmatico (Corriere della Sera, La Stampa, Il Foglio), un fronte critico verso Washington e Gerusalemme (la Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto, l’Unità) e un filone economico-energetico più scettico sulle ricette Ue (La Verità). In comune, però, c’è la centralità della sicurezza dei contingenti italiani e la consapevolezza che, in questa crisi, la postura europea - “non è la nostra guerra” - definisce anche l’identità strategica del Paese.