Introduzione

Le prime pagine italiane si dividono oggi tra la diplomazia d’alta quota sul dossier ucraino, l’inchiesta sui fondi a Hamas con riflessi politici immediati, l’omaggio corale a Brigitte Bardot e una manovra economica spinta verso il voto di fiducia. Sul fronte estero, La Stampa e Il Messaggero parlano di intesa “vicina” dopo il vertice Trump-Zelensky a Mar-a-Lago, mentre il Corriere della Sera mantiene una postura scettica sulla “svolta” e La Repubblica indica il Donbass come nodo ancora irrisolto.

Sul terreno interno, l’inchiesta di Genova agita Montecitorio: il Corriere della Sera dettaglia sequestri e “pc nascosti” in un’intercapedine, Il Secolo XIX riferisce di 25 indagati e rilancia la linea difensiva, La Verità e Il Giornale spingono sul frame della “cupola islamista”, mentre Domani denuncia lo “sciacallaggio” politico a destra. In controluce, l’addio a BB unifica culture diverse, con La Repubblica e La Stampa che celebrano l’icona cinematografica e Il Giornale, Libero e La Verità che ne sottolineano l’anticonformismo “destroso”. Infine la manovra: il Corriere della Sera mette in pagina la fiducia, Il Secolo XIX dà voce a Boeri (“manca visione”), L’Edicola parla di “manovra blindata” e Il Foglio pubblica l’anti-melonian manifesto economico firmato Matteo Renzi.

Ucraina: ottimismo di facciata, nodi di sostanza

La Stampa sintetizza il clima post-vertice con un titolo netto - “Mosca e Kiev vicine all’intesa” - quantificando al 95% l’accordo che Donald Trump avrebbe evocato, mentre Il Giornale enfatizza il pragmatismo del tycoon (“Sono pronti all’accordo”) e Il Messaggero parla di “spiragli di pace”. Il Gazzettino insiste sulla “fase finale del negoziato” e dei contatti con Putin e gli europei, ricalcando la narrativa di un tavolo che corre. Sia La Repubblica sia il Corriere della Sera ricordano però un dettaglio dirimente: il Donbass resta l’ostacolo, a fronte di una dichiarazione di Volodymyr Zelensky che ammette un’intesa “al 90%”. Dal lato italiano, il Corriere segnala il “sì al tentativo Usa” e la prosecuzione degli aiuti.

La diversità degli accenti è coerente con la postura editoriale: il Corriere della Sera smonta la retorica del momento sottolineando che “la svolta non c’è”, La Repubblica mette in guardia dall’equidistanza di Trump e punta il riflettore sulla questione territoriale, mentre Il Fatto Quotidiano legge l’iniziativa come “l’ultima offerta” a Kiev in cambio di rinunce sul Donbass. Sul versante opposto, Il Giornale - coerente con un filo trumpiano - celebra il cambio di tono del presidente americano e il suo coinvolgimento dell’Ue; e La Discussione parla di “negoziati alla fase finale” ma registra il freno di Mosca. In mezzo, Il Messaggero prova a decodificare la logica di un accordo “che mostri tutti vincitori”, evidenziando la natura eminentemente politica della partita.

Inchiesta Hamas: cronaca giudiziaria, guerra di frame

Il Corriere della Sera mette in prima i particolari dell’operazione: 1,5 milioni sequestrati, una bandiera di Hamas, una chiavetta con cori, tre computer “nascosti dietro un muro”; e soprattutto lo scontro in Aula. Il Secolo XIX parla di 25 indagati complessivi e riporta la versione dei difensori, secondo cui le accuse sarebbero “costruite da Israele”, dando anche voce alla famiglia Hannoun. Il Fatto Quotidiano insiste sui numeri (“già 25 indagati”) e segnala misure per l’imam di Torino. La Repubblica incrocia il dato economico (“c’era un milione nascosto”) con il quadro delle perquisizioni.

Il racconto cambia radicalmente tono sui giornali di destra: Il Giornale costruisce la cornice della “cupola islamista” con un “sistema Hannoun” e i “covi in stile brigatista”; La Verità titola su “Hamas ha investito gli aiuti in case”, spingendo l’idea di un circuito immobiliare finanziato da fondi caritatevoli; Libero allarga il fuoco politico accusando la sinistra di ambiguità pro-Pal. In controcampo, Domani denuncia l’uso strumentale del caso (“sciacallaggio”) e invita a distinguere tra solidarietà e collusione. Il Secolo d’Italia registra la mossa parlamentare di Fratelli d’Italia che chiede informative a Piantedosi e Tajani: segno che l’inchiesta, prima ancora che giudiziaria, è già materia di immagine internazionale. La forbice tra “inchiesta” e “narrazione” non è un dettaglio: a letture giudiziarie si sovrappongono identità politiche e pubblici di riferimento.

Addio a Brigitte Bardot: icona transgenerazionale e specchio delle culture

Il racconto culturale è sorprendentemente trasversale. La Repubblica saluta BB con un lungo reportage da Saint-Tropez (“Libera e magnetica”), affiancato da ritratti che la restituiscono come figura complessa, dal set al suo impegno animalista. Il Corriere della Sera costruisce un mosaico di voci - dalla riflessione di Dacia Maraini alla ricostruzione di Paolo Mereghetti - per spiegare il mito e la sua uscita di scena. La Stampa sceglie il registro onirico di “Un sogno di nome BB”, facendo emergere la continuità tra immaginario pop e identità nazionale.

Sui quotidiani più identitari la cornice cambia senza scadere nell’antagonismo: Il Giornale (“Dio creò la donna, Brigitte la rese divina”) esalta la forza dirompente dell’eros cinematografico, Libero parla di un erotismo che “mandò in tilt la sinistra”, La Verità la definisce “diva non conforme” e Il Messaggero la celebra come “grande bellezza”. Le sfumature dicono molto: per i generalisti BB è un atlante della modernità, per i giornali d’opinione diventa anche un segno di appartenenza e di libertà individuale. Il risultato visivo - foto d’epoca, citazioni, memorie - produce un raro consenso emotivo in un panorama altrimenti polarizzato.

Manovra e clima interno: conti in ordine, visione contesa

Sul fronte economico, il Corriere della Sera fotografa la “lite sui tempi” e la fiducia che arriva oggi alla Camera, a costo di respingere centinaia di emendamenti per evitare un nuovo passaggio in Senato. Il Secolo XIX affida a Tito Boeri un giudizio sospeso tra rigore e prospettiva: bene i conti, ma “manca visione”. L’Edicola, più secca, parla di “manovra blindata” e “opposizioni furibonde”, sintetizzando il clima a Montecitorio. Sullo sfondo, Il Messaggero prova a elencare le parole-chiave del 2026, legando credibilità e fiducia alla capacità di dare coerenza alle scelte.

Qui le identità emergono nitide: Domani interpreta la legge di Bilancio come “elemosina classista”, segnalando l’apatia del Paese e la povertà di ambizione redistributiva; Il Foglio ospita il manifesto di Matteo Renzi su come “smontare Giorgialand”, riportando il confronto su tasse e sicurezza come architravi di un’alternativa; La Stampa registra ansie materiali - liste d’attesa e carovita - che spiegano perché il discorso economico resti centrale. Perfino Il Fatto Quotidiano, focalizzato sul fronte giudiziario e referendario, contribuisce al senso del momento: il “governo è nei guai” è il titolo di un malessere che cerca sponde nella mobilitazione e impone al Palazzo un surplus di legittimazione.

Conclusione

La giornata consegna due Italie editoriali che dialogano a distanza: una che chiede ordine, sicurezza e geometrie semplici per “chiudere” i conflitti; l’altra che pretende garanzie, trasparenza e memoria delle cause. Sul tavolo ucraino, come sull’inchiesta di Genova, i giornali fanno emergere la sostanza politica dietro la cronaca, mentre l’addio a Bardot mostra che un canone culturale condiviso è ancora possibile. Se la manovra corre in fiducia, la fiducia dell’opinione pubblica resta la vera posta: i quotidiani, oggi, fotografano questo scarto.