Introduzione

Le prime pagine italiane convergono su tre grandi storie: la liberazione di Alberto Trentini e dell’imprenditore Mario Burlò in Venezuela, l’ondata di proteste e repressione in Iran con contatti avviati con gli Stati Uniti, e la data fissata per il referendum sulla giustizia. Accanto a queste, un filone domestico più sociale - il nuovo sostegno ai caregiver - offre uno specchio interessante delle priorità editoriali. La Repubblica, il Corriere della Sera e La Stampa mettono in apertura il ritorno di Trentini, mentre Il Manifesto e L’Unità accentuano il contesto geopolitico e le ombre sull’interventismo americano. Sul fronte iraniano, Il Foglio, Il Riformista e Il Messaggero risaltano la brutalità del regime e il bivio “dialogo o guerra”, mentre La Repubblica sottolinea l’apertura di un canale con Washington.

L’altro asse polemico è il referendum del 22-23 marzo: Il Giornale e Il Riformista celebrano la “partenza” verso la riforma, Il Fatto Quotidiano e La Notizia denunciano il “colpo di mano”, e Avvenire registra con toni sobri la scelta del governo. Infine, l’annuncio dei sussidi ai caregiver è salutato con favore da Avvenire e Secolo d’Italia, ma ridimensionato da La Notizia che parla di “1 euro all’ora”. Il mosaico dice di un Paese che alterna orgoglio, inquietudine e diffidenza.

Venezuela: gioia condivisa, meriti contesi

Il Corriere della Sera racconta il “grazie Italia” di Trentini, con la telefonata di Mattarella alla madre e un retroscena di trattative lunghe 14 mesi. La Repubblica insiste sulla tenacia di una mobilitazione civile e mediatica - il riquadro che contava i giorni di prigionia - e registra la visita in Vaticano della leader venezuelana Machado. La Stampa aggiunge un tassello cruciale: “decisivo il ruolo della Chiesa”, con il Papa che riceve Machado, mentre Il Gazzettino sottolinea la “tela del governo” e i contatti di Antonio Tajani (finanche con il senatore USA Marco Rubio).

Le testate divergono su chi abbia fatto la differenza. Il Giornale accredita “governo e Trump decisivi”, con tono polemico verso la sinistra; Il Fatto Quotidiano ribalta: “così Trump ha salvato Meloni”, suggerendo che la dinamica americana sia stata determinante e la gestione italiana lacunosa. Il Manifesto, più critico, parla di mediazione USA “dopo la mossa di Meloni” e mette in guardia dalle “ingerenze” che raramente liberano i popoli; Avvenire, con taglio cattolico-sociale, definisce l’epilogo “una buona notizia” e auspica il superamento della “diplomazia degli ostaggi”. In controluce, Il Foglio chiede realismo: la liberazione è figlia anche della “violazione della legalità”, tema che divide l’opinione pubblica. Un titolo-sintesi compare ovunque: “incubo finito”.

Iran: tra carneficina, negoziati e specchi d’Occidente

La Repubblica titola su Teheran “pronta al dialogo” ma anche alla “guerra”, fotografando l’ambiguità di un regime che convoca ambasciatori europei mentre reprime. Il Corriere della Sera quantifica il sangue: “quasi 700 morti confermati secondo le Ong”, e ospita Reza Pahlavi che presenta un “piano” per l’Iran. Il Foglio costruisce un dossier sulla repressione e il blackout di Internet (“Iran al buio”), con un corsivo sul nostro “dramma selettivo” dell’indignazione; Il Mattino e Il Messaggero convergono: “massacro” e insieme contatti con l’inviato USA Steve Witkoff.

Sul registro interpretativo, le differenze sono nette. Il Riformista parla del “male iraniano che l’Occidente non può ignorare”, sostenendo che le democrazie non possano voltarsi; L’Unità, da sinistra, denuncia l’imbarazzo di parte del progressismo quando il nemico “non è l’Occidente” e chiama la carneficina col suo nome. Il Manifesto, coerente con la sua linea, mette in guardia: “Non sarà Trump ad aiutare la liberazione”, temendo una “spallata esterna” e intrecci petroliferi; La Stampa affianca analisi e testimonianze, con Nathalie Tocci che riflette sui “destini del regime” e il pianista Ramin Bahrami che individua nelle donne “la forza della rivolta”. La domanda che i giornali consegnano ai lettori è se l’Occidente debba limitarsi a “sostenere” o se rischi di fare danni intervenendo.

Giustizia: un referendum che polarizza

Il governo ha fissato la data del referendum costituzionale per la giustizia al 22 e 23 marzo. Il Secolo XIX e Il Messaggero danno la notizia su registro istituzionale, con i rilievi delle opposizioni e l’ipotesi di ricorsi. Il Giornale esulta: “Giustizia, ci siamo. Cambiamo l’Italia in 68 giorni”, presentando il voto come la resa dei conti attesa da trent’anni; Il Riformista avvia il conto alla rovescia (“70 giorni all’alba”) e ospita un fronte liberale favorevole al Sì.

Dall’altro lato, Il Manifesto evidenzia il “ricorso in arrivo” e contesta la scelta “prima delle firme”, mentre Il Fatto Quotidiano smonta la narrativa sulle “toghe impunite” (“il Csm è il più severo d’Europa”) e segnala i profili di illegittimità della calendarizzazione. Avvenire si limita ai fatti, tenendo il punto sul dovere di un confronto nel merito. In filigrana, La Verità lega il tema alla cronaca di un carabiniere condannato, proponendo il referendum come risposta a una giustizia percepita lontana dal sentire comune: “il 22 e 23 marzo”, slogan che molti stampano in prima pagina.

Welfare e società: caregiver, tra riconoscimento e risorse

Nel giorno dell’orgoglio diplomatico e delle tensioni internazionali, una questione sociale entra nelle prime pagine. Avvenire apre con “Caregiver, il Governo vara sussidi e tutele differenziate”, spiegando il contributo fino a 400 euro mensili e la cornice giuridica attesa da anni. Secolo d’Italia rilancia lo stesso tetto (“fino a 400 euro”) come prova dell’attenzione del governo; L’Identità plaude: “finalmente chi ‘ama e cura’ non è più solo”, sottolineando il valore simbolico del riconoscimento.

La Notizia, però, raffredda gli entusiasmi: traduce il plafond in un “1 euro all’ora”, mettendo a nudo il mismatch tra bisogni e fondi; Avvenire stesso, tra le righe, ammette che sulle risorse “c’è delusione”. Qui si vede il consueto spartito editoriale: i quotidiani d’ispirazione governativa valorizzano l’avvio e la cornice normativa, quelli d’opposizione insistono sull’insufficienza degli stanziamenti. Ma tutti convergono su un punto: il tema non può più restare ai margini.

Conclusione

Sulle vicende venezuelana e iraniana la stampa disegna un pendolo tra realismo e principî: c’è chi rivendica i risultati a ogni costo e chi teme che il “come” conti almeno quanto il “cosa”. Il referendum sulla giustizia ripropone la frattura storica tra garantisti e giustizialisti, mentre il capitolo caregiver ricorda che, oltre alla geopolitica, c’è un Paese che chiede risposte quotidiane. Nei toni contrastati di Corriere, La Repubblica, Il Manifesto e Il Foglio si legge un’Italia che cerca una bussola: “dialogo o guerra”, “riforma o ricorso”, “riconoscimento o risorse”. Il compito dei lettori - e dei giornali - sarà distinguere l’urgenza dalla propaganda.