Introduzione

Le prime pagine di oggi si muovono tra tre fuochi: l’escalation iraniana con l’ipotesi di un attacco statunitense, la contesa sull’Artico con la Groenlandia al centro di un inedito scontro transatlantico e il nuovo pacchetto sicurezza del Viminale. A questi si aggiunge un quarto motivo di conversazione, più pop ma non meno politico: l’assoluzione di Chiara Ferragni nel cosiddetto Pandorogate, che i quotidiani piegano secondo le rispettive sensibilità.

Sul fronte internazionale, il racconto converge ma non i registri. Il “Corriere della Sera” insiste sulla “contesa sulla Groenlandia” e registra le mosse sull’Iran con toni analitici; “la Repubblica” allarga lo sguardo alla fine dell’Occidente; “La Stampa” titola netto su truppe europee nell’isola e sul rischio “trappola iraniana”. Dall’altra parte dello spettro, “il Manifesto” è scettico sulle tentazioni interventiste e denuncia la repressione a Teheran; “L’Unità” accusa i “re della guerra”. In mezzo, “Avvenire” dà risalto alla mobilitazione civile e al monito etico, mentre “Il Giornale”, “Libero” e “La Verità” politicizzano l’astensione dei 5 Stelle su una risoluzione parlamentare sull’Iran.

Iran tra attacco imminente e guerra delle narrazioni

Il Fatto Quotidiano” apre con l’operatività militare (“Basi, navi e 50 bersagli”), “Il Messaggero” e “Il Mattino” mettono in primo piano l’allarme della Farnesina per i 600 italiani e i movimenti di evacuazione nelle basi in Medio Oriente. Il “Corriere della Sera” riporta le dichiarazioni altalenanti di Trump e la voce di Shirin Ebadi (“Khamenei va eliminato”), mentre “Avvenire” unisce il filo dell’emergenza umanitaria alla mobilitazione cattolica, collocando la vicenda in un quadro più ampio di persecuzioni religiose. “Il Manifesto” nota lo svuotamento parziale della base di Al-Udeid e parla di numeri altissimi della repressione, richiamando le “azioni e dichiarazioni discordanti” di Washington.

Sul terreno politico interno, “Il Riformista”, “Libero”, “Il Giornale” e “Secolo d’Italia” puntano il dito sull’astensione del M5S: per “Il Riformista” è “vigliacca”, per “Libero” è prova del “soccorso rosso agli ayatollah”, per “Il Giornale” la sinistra “esplode”. “La Notizia” ribalta l’angolo, rivendicando il voto bipartisan di condanna del regime e leggendo l’astensione grillina come rifiuto di accodarsi a un’eventuale guerra di Trump. In controluce, “Il Foglio” spinge sull’idea di “esportare la libertà a Teheran”, denunciando anche l’inerzia di organismi internazionali.

L’insieme restituisce due cornici: quella strategico-militare (prontezza, “attacco imminente”) e quella morale (difesa dei diritti e delle donne iraniane). I quotidiani più governativi o di centrodestra accentuano la prima, mentre “Il Manifesto” e “L’Unità” evidenziano i rischi di un’azione armata e l’erosione della diplomazia. “Avvenire” tenta il raccordo: condanna della repressione e cautela verso la “tentazione della forza”. In questo mosaico, la breve affermazione “le esecuzioni si sono fermate” diventa per molti una frase-chiave: un’eco utile a guadagnare tempo, sospettano in molti.

Il nuovo fronte artico: Groenlandia e l’Europa divisa

La temperatura geopolitica sale anche a Nord. Il “Corriere della Sera” parla di “contesa sulla Groenlandia”, con truppe inviate da Germania, Francia, Svezia e Norvegia e un incontro alla Casa Bianca; “La Stampa” mette in prima “Groenlandia, arrivano i soldati” e incornicia la rotta artica come un “grande Risiko” economico e strategico. “la Repubblica” sottolinea “Truppe Ue in Groenlandia” e affida a Timothy Garton Ash l’analisi sul “mondo post‑occidentale”, mentre “Il Manifesto” segnala che “gli Usa ‘non cambiano idea’”, registrando le pretese di Washington e la risposta europea.

La differenza la fanno titoli e lessico: “Il Secolo XIX” evidenzia l’assertività di Trump con un virgolettato che colpisce (“Groenlandia nostra”), “La Verità” legge nella mossa americana una “morsa” che allarga il solco tra Parigi e Berlino, “Leggo” parla semplicemente di “tensione in crescita”. È lo stesso schema visto su altri dossier atlantici: i quotidiani mainstream (“Corriere”, “la Repubblica”, “La Stampa”) analizzano implicazioni Nato e Ue; quelli d’opinione polarizzano l’interpretazione, chi in chiave di fermezza occidentale, chi di allarme per uno strappo di Washington. Sullo sfondo, i giornali che seguono da vicino Palazzo Chigi ricordano il tour asiatico di Giorgia Meloni (per “La Discussione” una tappa in Oman con focus su scambi e cooperazione), segnale che Roma prova a ritagliarsi una postura autonoma tra Atlantico e Indo‑Pacifico.

Sicurezza, “zone rosse” e lo sguardo sul dissenso

Sul fronte interno l’agenda è dominata dal nuovo pacchetto sicurezza. “Il Messaggero” titola su “zone rosse e arresto in flagranza anche per i minori”, dettaglia decreto e ddl e dà spazio all’intervista a Carlo Calenda. “La Verità” apre con “Arriva la legge salva agenti” e una lettura fortemente garantista verso le forze dell’ordine, mentre “Libero” sceglie l’enfasi (“Città più sicure: ecco la legge”, “Tolleranza finita”). “Avvenire” presenta le misure con registro descrittivo, sottolineando la stretta su minorenni e migranti.

Sul versante critico, “Domani” parla di “Codice Piantedosi” e di “pugno duro contro piazze e minorenni”, mentre “il Manifesto” attacca frontalmente con il titolo “Impresa di polizia”, denunciando “norme crudeli” e un impianto che rischia di criminalizzare il dissenso, tra perquisizioni, fermi e “zone rosse senza limiti”. Il divario è netto: gli stessi elementi (daspo urbani, stretta sulle armi da taglio, nuovi reati connessi ai blocchi) sono letti come risposta a un “clima di disordine” per i quotidiani di centrodestra, o come compressione di diritti per quelli progressisti. Resta comune il riferimento a fatti di cronaca e sicurezza urbana (baby gang, scontri pro‑Palestina, rapine), utilizzati come cornice giustificativa o come monito contro derive securitarie, a seconda delle testate.

Il caso Ferragni, tra morale, diritto e mercato

La chiusura del “Pandorogate” fornisce ai giornali un banco di prova sul rapporto tra giustizia, reputazione e impresa personale. Il “Corriere della Sera” ricostruisce la decisione e mette in evidenza la voce dell’influencer (“Mi riprendo la mia vita”), “Il Giornale” sancisce la “fine del Pandoro‑gate” e “Avvenire” registra l’assoluzione senza clamori. “La Verità” enfatizza che “paga e si salva: prosciolta”, segnalando la caduta dell’aggravante grazie ai risarcimenti, mentre “il Fatto Quotidiano” imputa l’esito alla “giustizia modello Cartabia”, sottolineando l’effetto del ritiro delle querele e criticando l’impianto normativo.

Qui emergono nettamente le identità editoriali: per i quotidiani più generalisti la notizia rientra in una cornice di cronaca giudiziaria e costume; per “La Verità” è un caso simbolico di moralismo e responsabilità economica; per “il Fatto Quotidiano” un altro tassello della propria campagna contro la riforma della giustizia. Il lettore si trova davanti a una morale contesa: l’idea che “il mercato è più severo dei giudici”, evocata dalle pagine del centrodestra, contro la tesi che il quadro normativo produca impunità. In mezzo, la consapevolezza che il “processo reputazionale” si svolge altrove, sui social e nei contratti: un terreno che i giornali descrivono più di quanto riescano a governare.

Conclusione

Il quadro che esce dai giornali è quello di un’Italia stretta tra la politica della forza e la forza della politica. L’Iran e la Groenlandia riportano l’Atlantico al centro, ma con un’Europa che fatica a darsi una linea coerente; il decreto sicurezza mette a nudo paure urbane e fratture sul limite tra ordine e libertà; il caso Ferragni ricorda che la giustizia è anche percezione sociale. Mentre alcuni quotidiani (“Corriere”, “la Repubblica”, “La Stampa”) cercano un equilibrio di analisi, altri accentuano il profilo identitario: “il Manifesto” in chiave garantista e anti‑securitaria, “Il Riformista”, “Libero”, “Il Giornale” e “La Verità” in chiave di fermezza e polarizzazione. È il segno di un Paese che, davanti a crisi reali e a simboli pop, si specchia nelle sue differenze: e ne fa, ogni mattina, materia di dibattito pubblico.