Introduzione

Le prime pagine italiane di oggi si muovono lungo quattro assi principali: ordine pubblico e protesta, lavoro povero e gig economy, riassetto europeo tra difesa e governance, e il conflitto culturale che investe Rai e Sanremo. La Repubblica apre sullo scontro politico con la premier (“chi protesta è nemico dell’Italia”) e incrocia il tema con le tensioni su Sanremo; il Corriere della Sera e Il Messaggero concentrano l’attenzione sulla rivendicazione anarchica dei sabotaggi ferroviari e sul fronte europeo; Avvenire, Il Manifesto e La Stampa portano in prima il caso Glovo e il nodo del lavoro povero; Domani e Il Riformista interpretano il “caso Pucci” come spia di una più ampia guerra culturale.

Il Secolo XIX, con un editoriale che richiama la necessità di “partecipazione non violenza”, contrappunta le letture securitarie di testate come Secolo d’Italia e Il Giornale, che enfatizzano la minaccia anarchica e la genealogia della “guerriglia”. Intanto la morte di Antonino Zichichi attraversa molte testate (dal Corriere a La Verità, dal Messaggero alla Stampa), segnalando un bisogno di racconto civile e scientifico che fa da contrappeso alla febbre del giorno.

Proteste, Olimpiadi e la parola “nemico”

La Repubblica mette al centro la frase di Giorgia Meloni sui manifestanti “contro le Olimpiadi”, legando la polemica alla rinuncia di Andrea Pucci e alla critica alla “sinistra illiberale”. Il Corriere della Sera documenta la rivendicazione anarchica dei sabotaggi con il grido “Fuoco alle Olimpiadi”, mentre Secolo d’Italia la rilancia come minaccia sistemica, e Il Gazzettino registra la stessa firma con ricostruzioni operative. In parallelo, Il Secolo XIX firma un editoriale che separa diritto al dissenso e condanna della violenza, ricordando quanto due minuti di scontri cancellino ore di rivendicazioni.

I toni variano per pubblico e missione editoriale: La Repubblica insiste sulla politicizzazione della protesta come scelta del governo e ne evidenzia la “retorica del nemico”, Il Giornale ricostruisce fili rossi tra ambienti antagonisti e minacce agli eventi, mentre Secolo d’Italia avvalora l’idea di una strategia clandestina da reprimere con nettezza. Il Secolo XIX, quotidiano ligure, punta su una pedagogia civile: la cornice non è l’ordine pubblico in sé, ma l’effetto comunicativo dello scontro. Il risultato è un panorama fratturato: sicurezza come identità per il centrodestra; agibilità del dissenso e critica alla semplificazione per i quotidiani più liberali.

“Fuoco alle Olimpiadi”

Rider, caporalato algoritmico e salario dignitoso

Il caso Glovo domina il versante sociale. Il Corriere della Sera titola sulle “paghe da fame per 40 mila rider” e sull’indagine per caporalato con controllo giudiziario; Avvenire apre con “Schiavi a domicilio”, sottolineando l’80% di retribuzioni sotto i minimi contrattuali e dando spazio a un economista della Bocconi sulla via della contrattazione; La Stampa parla di “contratti da schiavi” e della società commissariata; Il Manifesto sintetizza nel titolo “Ladri e biciclette” e, con l’editoriale sul “caporalato algoritmico”, contesta l’ideologia della piattaforma.

La diversa grammatica dice molto: Avvenire, il quotidiano cattolico, adotta un frame etico‑sociale e normativo; Il Manifesto, quotidiano della sinistra, politicizza lo scontro denunciando la retorica della flessibilità; il Corriere sceglie la cronaca giudiziaria con numeri e fattispecie, mentre La Stampa intreccia dossier e testimonianze. Anche L’Unità lega l’inchiesta alla battaglia sul salario minimo e all’articolo 36 della Costituzione, e Il Fatto Quotidiano rimarca il ruolo della Procura di Milano; L’Identità usa la parola “schiavi a chiamata”, segno di una sensibilità trasversale sul tema. Il punto cieco, su molte testate, resta la prospettiva dei lavoratori migranti: emerge nei tagli e nelle foto, ma di rado struttura l’argomentazione sulle politiche pubbliche.

“2,50 euro a consegna”

Europa, difesa e semplificazione: l’asse Roma‑Berlino

Sul fronte europeo, il Corriere della Sera parla di “scossa all’Europa”: l’asse Meloni‑Merz invoca più potere agli Stati sulle leggi Ue e una semplificazione delle iniziative legislative, mentre Ursula von der Leyen invita ad “andare oltre l’unanimità”. Il Messaggero approfondisce la frattura industriale e militare: Berlino “gela” Parigi sul supercaccia e valuta l’ingresso nel consorzio con Roma, Tokyo e Londra; Il Mattino replica lo schema, incrociandolo con l’editoriale sul coraggio necessario per l’euro digitale; La Discussione, a sua volta, amplifica la lezione di Christine Lagarde su autonomia, mercati dei capitali e moneta elettronica.

La Repubblica affida a Paolo Gentiloni una lettura politica: sotto l’attacco di Putin e la pressione di Trump, l’Ue deve trasformarsi in potenza e molto dipenderà dalla Germania. I quotidiani romani (Il Messaggero, Il Mattino) accentuano il profilo operativo e d’interesse nazionale: la difesa comune come leva industriale (GCAP) e la semplificazione come competitività. Il Corriere, con il taglio “giuridico‑politico”, preannuncia un dibattito sui Trattati e sulle prerogative della Commissione. Qui la divergenza non è ideologica ma di priorità: visione strategica (Repubblica) versus cantierizzazione delle riforme (quotidiani generalisti) e narrativa di “svolta pragmatica” (Corriere). La posta in gioco è chiara: ruolo dell’Italia nell’Europa che si riarma e si digitalizza.

“Oltre l’unanimità”

Rai, Sanremo e l’egemonia di carta vetrata

Il caso Rai lucida lo specchio della guerra culturale. Domani titola sull’incapacità della destra di costruire un’egemonia: dal “caso Pucci” alla telecronaca di apertura dei Giochi firmata dal direttore di Rai Sport Paolo Petrecca, la maggioranza appare “senza classe dirigente”, mentre l’ad Rossi tiene la posizione. Il Corriere della Sera racconta la protesta della redazione sportiva (“via le firme”, minaccia di sciopero) e il possibile avvicendamento; La Stampa registra lo “scivolone” e dà voce al malcontento, intrecciandolo con la critica politica di Giuseppe Conte; La Notizia, più esplicitamente polemica, rimarca la rivolta contro Petrecca e, al tempo stesso, la perseveranza della destra nell’attaccare Report.

All’opposto, Il Riformista legge la rinuncia di Pucci come “specchio triste del Paese”, tra doppi standard e nuove forme di censura morale; Il Giornale parla di “censura infinita” e allarga la cornice al “bavaglio” culturale, mentre Secolo d’Italia denuncia che “la satira è sacra solo se è contro di noi”. Il Foglio, con un taglio metagiornalistico, invita a guardare oltre Pucci, verso le “libertà rimosse” di Kyiv, Teheran e Hong Kong. Il comun denominatore è che la tv pubblica diventa campo di prova identitario: per il fronte progressista segna l’inadeguatezza della lottizzazione; per i giornali di destra è la prova dell’ostilità culturale radicata. Pochi, però, si chiedono come ricostruire fiducia editoriale e standard professionali al di là del botta e risposta politico.

“Censura”

Conclusione

L’Italia che emerge dalle prime pagine è una nazione presa tra due calamite: sicurezza‑identità e giustizia sociale. I sabotaggi e la retorica del “nemico” galvanizzano un campo; i “2,50 euro a consegna” e l’articolo 36 galvanizzano l’altro. In mezzo, l’Europa come spazio di scelte concrete (difesa, regole, digitale) e la Rai come teatro dove la contesa culturale rischia di offuscare la qualità del servizio. Che molte testate salutino Zichichi come “divulgatore” suggerisce però un filo comune: quando l’informazione rinuncia al tifo e torna a spiegare, il Paese capisce meglio anche ciò che divide.