Introduzione

Quattro temi dominano le prime pagine italiane: lo scontro sulla giustizia e il referendum di marzo; il debutto del Board of Peace di Donald Trump su Gaza (e l’ultimatum all’Iran); il terremoto a corte con l’arresto e il rilascio dell’ex principe Andrea; la frizione diplomatica Macron-Meloni dopo l’omicidio di Quentin Deranque a Lione. Il fronte giustizia accende «Il Riformista», «Il Dubbio» e «La Verità», mentre «Corriere della Sera» e «La Stampa» enfatizzano la ricerca di toni istituzionali della premier. Sul Board di Trump si allineano letture opposte: critiche radicali su «il manifesto» e «Domani», analitiche e scenaristiche su «Il Foglio» e «La Stampa», più benevole su «L’Identità».

Il caso Epstein-Windsor attraversa tutti: il «Corriere della Sera» parla di “caduta reale”, «La Stampa» intreccia sesso, segreti e spie, «La Repubblica» sottolinea il gelo di re Carlo. Sul piano europeo, «Il Giornale» e «Secolo d’Italia» trasformano la polemica Macron-Meloni in un test di identità politica, mentre «Il Secolo XIX» e «La Repubblica» la descrivono come un incidente diplomatico da raffreddare. Il quadro complessivo restituisce un paese polarizzato ma attento ai segnali del Colle, con l’agenda internazionale che rientra nelle faglie domestiche.

Giustizia, referendum e la linea del Colle

«Il Riformista» mette il dito nella piaga con un titolo programmatico: “Riforma della giustizia, toni avvelenati e tribunali trasformati in campi di battaglia”. In controluce, «Il Dubbio» legge la strategia di Palazzo Chigi (“Meloni-Colle, è tregua poi l’attacco alle toghe”) e ricostruisce i due video della premier sulle sentenze in tema di migranti e ong come scelta deliberata di mobilitazione. Dall’altro lato, «La Verità» radicalizza: “I GIUDICI VOTANO PER L’INVASIONE”, facendo della giustizia un referendum sull’immigrazione. In mezzo «Corriere della Sera», «Il Messaggero», «Il Gazzettino» e «Leggo» registrano il cambio di tono della premier, che in tv invita a una campagna “sul merito” e dice «basta lotta nel fango».

Le divergenze non sono solo di lessico ma di identità editoriale. «Il Foglio» prova a separare garantismo da “gargarismo”, avvertendo che non si difende lo Stato di diritto giocando con le garanzie; «La Ragione» parla di “paradosso” di una destra d’ordine che si avvita nello scontro con le toghe; «Avvenire», con il taglio dialogante, mette in pagina l’amicizia tra cattolici schierati su “Sì” e “No”. Nel merito, «Il Riformista» denuncia i comitati per il No nati “dentro i tribunali”, tema che tocca la terzietà delle sedi giudiziarie; «Il Dubbio» e «La Verità» insistono sul rapporto tra magistratura e politica, mentre i quotidiani generalisti riportano l’appello del Quirinale all’abbassamento dei toni. Il risultato è un cortocircuito comunicativo: la campagna promette di essere un plebiscito identitario più che una discussione sulle norme.

Trump, Gaza e l’ultimatum all’Iran

Sul Board of Peace, le cornici divergono prima ancora dei numeri. «La Stampa» e il «Corriere della Sera» parlano di 17 miliardi “in dote”, mentre «Avvenire» dettaglia 10 miliardi Usa e oltre 7 da altri Paesi, più una forza internazionale di 5mila militari e la decisione sull’Iran “entro dieci giorni”. «Il Foglio» racconta “la tenda della pace di Trump”, notando la composizione del consesso e gli ultimatum del tycoon, e «Il Secolo XIX» titola con ironia (“a board con il comandante Trump”) fotografando l’iperpersonalizzazione del progetto. «Leggo» segnala l’Italia come osservatore, con Antonio Tajani in platea.

Sull’asse valoriale, «il manifesto» stronca: “Una pietra sopra”, accusando Trump di erigere il suo regno “sulla pelle dei palestinesi”, mentre «Domani» bolla l’iniziativa come “creatura orripilante” e “Spectre immobiliare”. All’opposto, «L’Identità» applaude: “Lavori per la pace in corso”, riducendo le critiche a rumor di contorno; «La Notizia» intravede un’umiliazione per l’Italia “isolata in Europa” per compiacere la Casa Bianca. L’impressione è che, più che sul piano operativo (dove la ricostruzione e l’eventuale missione vanno decifrate al Consiglio di Sicurezza), la vera battaglia sia simbolica: «La Stampa» sintetizza con la promessa di “vigilerà sull’Onu”, frase che entra nelle titolazioni come un manifesto. Qui la differenza di tono rispecchia platee diverse: progressiste e pacifiste da un lato, atlantiste e pragmatiche dall’altro, con i grandi generalisti che oscillano tra cronaca e analisi.

Epstein files e la scossa alla monarchia

Il filone internazionale più pop s’impone con il fermo e il rilascio, dopo 12 ore, dell’ex principe Andrea. Il «Corriere della Sera» costruisce la narrazione della “caduta reale”, incrociando mail, dossier e amicizie ingombranti; «La Stampa» spinge sulla trama nera (“Sesso e segreti”) e ospita riflessioni su “ricatti e spie”; «La Repubblica» sottolinea la posizione di re Carlo - “la giustizia faccia il suo corso” - e le ricadute sull’istituzione. «Il Secolo XIX» fornisce il frame fattuale (arresto, rilascio, indagine aperta), mentre «La Verità» carica: “Cade la prima testa coronata”, prefigurando un effetto domino.

Sui giornali d’opinione, «Il Foglio» ospita l’analisi di Giuliano Ferrara, che ragiona sull’“algoritmo impazzito” dei dossier: quando “colpa e tentazione” si mescolano, discernere diventa arduo. «L’Unità» usa toni repubblicani (“Monarchia a brandelli”), quasi a trasformare il caso in un referendum istituzionale; «l’Opinione» rilegge la lunga storia della malagiustizia come monito per il voto italiano. Tra cronaca e interpretazione, emerge una costante: l’onda lunga degli “Epstein files” travolge simboli e reputazioni ben oltre i confini giudiziari, e i giornali scelgono se farne spettacolo morale, thriller politico o resa dei conti con la storia.

Macron-Meloni, ordine pubblico e narrazioni contrapposte

Il botta e risposta tra Parigi e Roma è trattato in chiave speculare. «Il Giornale» mette in prima l’“insulto” di Macron e ne fa un capitolo di un gelo triennale, mentre «Secolo d’Italia» parla di “scivolone” dell’Eliseo e difende la solidarietà della premier alla Francia contro l’odio “antifa”. «Il Secolo XIX» racconta il caso come alta tensione diplomatica, con l’Eliseo che chiede a Meloni di «non commentare i fatti altrui», formula ripresa anche da «La Repubblica». Nel frattempo, il versante interno della sicurezza fornisce carburante alle opposte narrazioni: «L’Edicola» segnala 18 misure contro Askatasuna a Torino, «Il Giornale» parla di “arriva il conto” per gli assalti, mentre su Milano «Corriere della Sera» rafforza l’ipotesi di omicidio a Rogoredo e «l’Unità» chiede al ministro se sia stata “una esecuzione”; «Il Fatto Quotidiano» riferisce di nuove versioni degli agenti indagati.

Qui i pesi sono evidenti: i quotidiani d’area conservatrice inseriscono l’affaire Deranque in una cornice di emergenza ideologica e ordine pubblico europeo; i generalisti puntano sull’etichetta istituzionale e sui fatti di cronaca giudiziaria; la stampa progressista richiama alle responsabilità politiche senza inseguire il registro bellico. La stessa premier, notano «Il Messaggero» e «Il Gazzettino», prova a tenere insieme fermezza e moderazione ribadendo che il referendum “non è un voto sul governo”, mentre «La Repubblica» registra il tentativo di frenata dopo i video sulle sentenze.

Conclusione

Il giorno dei giornali racconta uno scarto tra messaggi e contromessaggi. «Il Riformista» e «Il Dubbio» chiedono un confronto sul merito, «La Verità» e «Il Giornale» cercano la mobilitazione identitaria, «Corriere della Sera» e «La Stampa» inseguono un profilo istituzionale, «il manifesto» e «Domani» de-costruiscono la retorica di potere. In mezzo, la cronaca mediatica (le dimissioni di Petrecca seguite da «Corriere», «La Stampa» e «La Notizia») e i temi economici (le “bollette” tra «Il Fatto» e «La Notizia») fungono da cartina tornasole del malumore sociale. Se c’è un filo, è questo: l’Italia arriva al mese decisivo del referendum con i nervi scoperti, mentre i dossier globali - da Gaza ai Windsor - vengono assorbiti e rilanciati secondo i bisogni di ogni audience. La sfida, per l’informazione e per la politica, sarà riportare la discussione dal melodramma all’argomentazione.