Introduzione

Le prime pagine italiane si polarizzano su tre fili conduttori: il caso Rogoredo e le sue ricadute politiche e giudiziarie; il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, con le divisioni europee; la nuova ondata di dazi americani e l’incertezza nei rapporti transatlantici. Il tema sicurezza-giustizia domina su Corriere della Sera, la Repubblica e la Stampa con l’arresto dell’agente Carmelo Cinturrino e lo scontro sullo “scudo” penale; il dossier Ucraina rimbalza tra il manifesto, Avvenire, la Stampa e il Foglio, che ne offrono cornici ideologiche molto diverse; mentre su Il Messaggero, Domani e Avvenire la diplomazia commerciale con gli Usa misura la capacità dell’Ue di parlare con una voce sola.

Il quadro restituisce un Paese diviso ma attento ai contrappesi istituzionali. Se Il Giornale difende il frame dell’ordine pubblico, Il Fatto Quotidiano e La Notizia leggono Rogoredo come un boomerang politico. Sul fronte estero, Il Foglio rilancia il sostegno a Kyiv, il manifesto denuncia i leader Ue “a mani vuote” e Avvenire invoca percorsi credibili di pace. La posta in gioco, suggeriscono queste prime pagine, è la fiducia: nella giustizia, nell’Europa e nelle regole del commercio globale.

Rogoredo, scudo penale e il riflesso sul referendum

Corriere della Sera apre senza sfumature: l’agente “poteva uccidere ancora”, con il capo della Polizia che lo definisce un delinquente e Giorgia Meloni che parla di “divisa tradita”. La Repubblica titola sullo scontro: “Arrestato agente killer, scudo penale, è scontro”, e lega le indagini all’uso politico della sicurezza. La Stampa insiste sul “cortocircuito” e sull’idea che le istituzioni sappiano espellere i propri “virus”, mentre Il Messaggero ricostruisce gli elementi probatori (Dna sull’arma) e la reazione del governo.

Sul versante opposto, Il Giornale incornicia la vicenda nel racconto “La polizia fa pulizia”, ribadendo il problema del degrado urbano, e La Ragione richiama un principio spesso dimenticato nel bailamme social: “presunzione d’innocenza”. Il manifesto, con “Il tempo delle mele”, critica l’uso selettivo del concetto di “mele marce” e ricorda come la spinta allo scudo preventivo sia arrivata prima dei fatti accertati. La Notizia e Il Fatto Quotidiano presentano il caso come “boomerang per il governo” e per il fronte del Sì al referendum.

La differenza di tono riflette identità editoriali e pubblici di riferimento. Corriere della Sera e la Repubblica mantengono un equilibrio tra cronaca giudiziaria e conseguenze politiche, con enfasi sulla responsabilità istituzionale; Il Giornale e La Verità difendono l’impianto securitario e collegano il caso a un contesto di “banlieue” e disordine; il manifesto e l’Unità, quotidiano della sinistra, contestano l’immunità preventiva e avvertono contro la politicizzazione della giustizia. Qui la micro‑frase del giorno, “divisa tradita”, diventa cartina di tornasole: per alcuni è doverosa presa di distanza, per altri rischia di oscurare i nodi sistemici.

Quattro anni di guerra: l’Europa tra memoria e impasse

Nel quarto anniversario dell’invasione, La Stampa sottolinea l’imbarazzo di Meloni di fronte al veto di Orbán su fondi e sanzioni Ue; Corriere della Sera parla esplicitamente di blocco ungherese ai pacchetti per Kiev. Il manifesto titola: “I grandi d’Europa a Kiev a mani vuote”, segnalando la distanza tra simboli e sostanza, mentre Avvenire combina due registri: il racconto della resistenza civile (“normalità rubata”) e l’appello a “fare avanzare proposte di pace”.

Il Foglio, coerente con la propria cifra liberal‑atlantista, rovescia la cornice difensiva: “Sostenere le democrazie aggredite è sostenibile” e smonta le “balle” dei criptoputiniani su armi, sanzioni ed energia. L’Identità, all’opposto, parla di “doppio flop” Ue e critica la guida di Kaja Kallas; La Discussione mette in pagina la spaccatura su sanzioni e prestiti. Ne esce un mosaico disomogeneo: tra massimalismo valoriale, pragmatismo umanitario e realpolitik.

Le ombre riguardano soprattutto la capacità dell’Europa di garantire continuità: Il Foglio enfatizza i progressi misurabili (occupazione, inflazione, gas), ma il manifesto e La Stampa ricordano che le strettoie politiche svuotano l’efficacia del messaggio. Avvenire tiene insieme sostegno e stanchezza morale, mentre Corriere della Sera analizza la “prigionia” strategica di Putin più che le oscillazioni occidentali. La breve citazione che rimbalza, “mani vuote”, fotografa la frattura tra visite simboliche e decisioni vincolanti.

Dazi e relazioni transatlantiche: cautela europea, bullismo americano

Il Messaggero e Il Mattino registrano lo stop europeo all’intesa commerciale con gli Usa dopo il verdetto della Corte Suprema statunitense; Domani sottolinea il piglio di Trump che “minaccia l’Europa” e rivendica più poteri, mentre Avvenire parla di caos e rinvii, con l’Eurocamera prudente. Il Giornale e La Discussione mettono l’accento sulla “cautela italiana” e sul lavoro di sponda di Tajani per evitare una guerra commerciale.

La cornice economica si biforca tra allarme e resilienza: Domani e L’Identità insistono sulle scosse ai mercati e sulla palla demolitrice dei dazi; Il Messaggero offre analisi che invitano a chiedersi se il protezionismo non danneggi anzitutto gli Usa; Avvenire privilegia la bussola comunitaria, ricordando che l’incertezza tariffaria colpisce filiere e consumatori. La micro‑citazione utile qui è “voto rinviato”: l’Europa guadagna tempo, ma rinvia anche la scelta su quanta autonomia strategica intenda davvero esercitare.

Referendum giustizia: due Italie e un caso‑test

Il Riformista apre un fronte insolito: chiede trasparenza all’Anm sui fondi del Comitato del No e ospita voci favorevoli al Sì (Lisa Noja; un pm Dda che difende la riforma sull’antimafia). La Verità sceglie il racconto di una “toga progressista” che voterà Sì e attacca le “amnesie” del fronte contrario, mentre Secolo d’Italia quantifica “il conto della malagiustizia” come argomento pro‑riforma. Dall’altro lato, Il Fatto Quotidiano mostra sondaggi con il No in vantaggio e lega Rogoredo alla “schiforma”, e l’Unità pubblica un editoriale contro la separazione delle carriere.

Il Giornale oppone i propri numeri (“Un grillino su 4 voterà per il Sì”) e accentua il frame anti‑corporativo, mentre Domani riflette sul ruolo delle Corti nel difendere le democrazie. Il caso Rogoredo è il detonatore che entrambi gli schieramenti provano a usare per confermare la propria tesi: per i favorevoli al Sì, servono terzietà e responsabilità; per i contrari, lo “scudo” e l’erosione dei controlli mettono a rischio l’equilibrio dei poteri. La frase che resta, “giustamente Sì”, convive con il suo esatto contrario sulle stesse edicole.

Conclusione

Dalle prime pagine emerge un’Italia che discute di regole: nell’uso della forza da parte dello Stato, nella coesione europea di fronte alla guerra e nella disciplina del commercio globale. Corriere della Sera, la Repubblica e la Stampa cercano di tenere insieme fatti e reazioni; Il Foglio rilancia l’Occidente assertivo; il manifesto e Avvenire interrogano il costo umano e morale delle scelte; Il Giornale, La Verità e Secolo d’Italia spingono per una giustizia riformata e un ordine pubblico senza esitazioni. In mezzo, il lettore percepisce che la vera posta è la fiducia: quella che si perde in un bosco di Rogoredo, che vacilla tra Bruxelles e Kiev, e che si misura nella capacità di un Paese di farsi governare dalle sue stesse regole.