Introduzione
Le prime pagine italiane oggi si polarizzano attorno a quattro assi: la geopolitica con il discorso sullo Stato dell’Unione di Donald Trump e l’ombra di uno scontro con l’Iran; l’inchiesta milanese sul caporalato digitale che coinvolge Deliveroo; il referendum sulla giustizia, intrecciato al caso Rogoredo e allo “scudo penale” per gli agenti; e, sul piano culturale, il Sanremo del lutto e della platea spaccata. Il Corriere della Sera e la Repubblica mettono l’accento sull’ultimatum del tycoon a Teheran e sui dati contestati del suo discorso; Il Secolo XIX e Il Messaggero allargano lo sguardo agli effetti europei, tra sanzioni e timori sulle capacità missilistiche iraniane.
Sul fronte interno, la Repubblica e il Manifesto danno rilievo alla “commissariazione” di Deliveroo e alla condizione dei rider, mentre Avvenire inserisce il tema nella cornice etica del lavoro dignitoso. Il Fatto Quotidiano, Il Dubbio e Il Riformista si scontrano sul referendum: da un lato la critica alla “schiforma” e agli errori del Guardasigilli, dall’altro i magistrati pro‑Sì e la “sinistra che vota Sì”. Infine, Il Messaggero e Il Secolo XIX leggono Sanremo attraverso l’omaggio alle vittime di Crans e l’inclusione sociale, mentre il Fatto insiste sul calo di ascolti, segnalando un Paese emotivamente affaticato.
Iran, Trump e l’Europa incerta
Il Corriere della Sera descrive un “comizio” di 108 minuti con “ultimatum all’Iran” e un pacchetto di numeri economici da verificare, mentre La Repubblica condensa il messaggio nel titolo‑allarme: “l’Iran può colpire anche l’Europa”. Il Secolo XIX sottolinea le nuove sanzioni e la tesi di Washington sui missili capaci di raggiungere basi europee, che Teheran bolla come bugie. Il Messaggero aggiunge l’elemento di regia: telefonata con Zelensky, sanzioni rilanciate, ma anche l’editoriale di Romano Prodi sulla necessità di una linea comune Ue verso Pechino.
Il quadro è coerente con le identità: il Corriere, prudente e fact‑checking (“Dice la verità?”), La Repubblica più assertiva sull’allarme, Il Secolo XIX pragmatico sull’impatto per l’Europa, Il Messaggero oscillante tra cronaca e scenario strategico. Sullo sfondo, Domani incrocia il dossier con l’economia politico‑commerciale (“Merz spariglia e fa affari con Xi”), rivelando una faglia europea: il multilateralismo invocato da Prodi collide con la realpolitik dei singoli. La sintesi d’insieme è un continente diviso tra la “età dell’oro” promessa da Trump e la gestione, molto meno dorata, dei rischi.
Rider e caporalato digitale: la stampa sociale e quella giudiziaria
La Repubblica apre con “I rider come schiavi” e insiste sull’“algoritmo come datore di lavoro”: la scelta lessicale spinge l’inchiesta milanese oltre la cronaca, verso una denuncia sociale. Il Manifesto titola “Le catene”, con focus sul “caporalato digitale” e sulle testimonianze: punteggi, turni che incatenano, consegne a 4 euro. Avvenire evidenzia le “paghe da fame” e chiede cornici contrattuali stabili, mentre il Corriere della Sera riporta il perimetro giudiziario (“paghe non dignitose”, controllo giudiziario e indagini sulle filiere, da McDonald’s a catene della GDO).
Le differenze riflettono pubblici e missioni. La Repubblica e il Manifesto parlano al ceto progressista urbano, enfatizzando l’asimmetria di potere delle piattaforme (“paghe da fame”). Avvenire, quotidiano cattolico, traduce l’indignazione in un’agenda di mediazione sociale (contratti, dignità, famiglia). Il Corriere tiene insieme inchiesta e sistema‑Paese, mettendo in fila fatturati, numeri dei rider e strumenti giuridici. Sull’altro versante, La Verità piega il caso a un racconto politico contro “sinistra e Chiesa”, accusate di aver ignorato lo sfruttamento: una lettura identitaria che sposta il frame dalla tutela del lavoro al giudizio su chi, secondo il giornale, se ne sarebbe disinteressato.
Referendum, Nordio‑Conte e l’effetto Rogoredo
Il Fatto Quotidiano attacca a testa bassa il Guardasigilli, riportando vecchi “errori” e presentando il referendum come scudo del potere, mentre Il Dubbio dà spazio a 29 toghe pro‑Sì che definiscono il No una difesa di un “sistema malato”. Il Riformista marca il campo della “sinistra che vota Sì”, rivendicando un garantismo anti‑giustizialista e la scelta di Confindustria di non esporsi. Sul versante della cronaca, il Corriere della Sera tiene il punto sul caso Rogoredo (“l’agente resta in carcere”) e sulle nuove indagini sulla squadra.
Qui il tono spiega molto: Il Fatto parla al suo zoccolo duro anti‑riforma, con una narrativa di continuità tra “schiforma” e tentativo di mettere la magistratura sotto controllo; Il Dubbio e Il Riformista intercettano garantisti trasversali, con l’unico slogan concesso, seppur indiretto: “riforma criminale”, attribuito a Conte dalla Repubblica e ripreso da altri. La Notizia registra la retromarcia della maggioranza sullo “scudo penale”, mentre Il Giornale insiste su una parte della base di centrosinistra che voterebbe Sì. Tutti, però, usano Rogoredo come amplificatore emotivo: chi per invocare più tutele agli agenti, chi per denunciare abusi e invocare “anticorpi” (come L’Unità nell’intervista ad Anselmo). È il segno che la sicurezza, in campagna referendaria, vale più dei tecnicismi.
Sanremo tra lutto, inclusione e stanchezza del Paese
Il Messaggero racconta un’Ariston in ginocchio davanti ai ragazzi di Crans, con Achille Lauro che canta “Perdutamente” e un commento che ricorda “Non sono solo canzonette”. Il Secolo XIX sceglie l’inclusione con Laura Pausini e il coro Anffas, mentre La Repubblica parla di “falsa partenza” e segnala il clima smorzato. Il Fatto Quotidiano spinge sul “flop” di ascolti e, come altre testate, lega i numeri a un Festival percepito più istituzionale, meno “evento” nazionale.
Le divergenze qui sono di funzione: Il Messaggero e Il Secolo XIX ricompongono la comunità attorno all’elaborazione del lutto e all’orgoglio civico; La Repubblica registra il passo falso senza polemizzare troppo; Il Fatto, irriverente, usa i dati per colpire la narrazione “TeleMeloni”. Leggo, più pop, restituisce il bisogno di tregua domestica e di “noi” condiviso, mentre Il Foglio sdrammatizza in controluce, con l’ironia come valvola (“fatevi una risata!”). Nel complesso, Sanremo funziona da termometro: la società cerca ancora unità simboliche, ma le trova meglio nelle storie che nei format.
Conclusione
Dalle prime pagine emerge un’Italia in cui le fratture politiche si sovrappongono a quelle sociali: Iran e Cina dividono l’Europa dei giornali, i rider dividono tra diritto e mercato, il referendum divide culture politiche che talvolta abitano gli stessi partiti. Sanremo, infine, conferma che l’immaginario collettivo si coagula su lutti e gesti civili più che su spettacoli. Per chi legge la stampa come barometro, il messaggio è chiaro: prima ancora dei verdetti, contano i frame. E oggi i frame - sicurezza, dignità del lavoro, affidabilità internazionale - pesano più dei dettagli. È su questi che si gioca la prossima settimana dell’opinione pubblica.