Introduzione

Sulle prime pagine dell’Asia-Pacifico oggi emergono tre fili rossi: lo shock dei dazi USA dopo la sentenza della Corte Suprema, la crescente tensione tra Iran e fronte israeliano-libanese, e la diplomazia tecnologica che ruota attorno al summit sull’intelligenza artificiale di Nuova Delhi. Testate economiche e generaliste dell’Asia orientale si concentrano sugli effetti pratici della decisione statunitense, mentre nel subcontinente indiano il dibattito intreccia commercio e ambizioni di leadership sull’IA.

Nel Medio Oriente, The Jerusalem Post e Haaretz leggono i raid israeliani in Libano e le mosse di Teheran come parte di un più ampio gioco di deterrenza, mentre Arab News privilegia la lente della sovranità libanese e del diritto internazionale. In parallelo, The Hindu (Delhi) e The Hindu - International danno risalto alla New Delhi Declaration su un’IA “equa”, tema ripreso anche da The Jerusalem Post con un intervento firmato da Narendra Modi.

Dazi USA: tra cautela asiatica e calcolo politico

La South China Morning Post, autorevole giornale di Hong Kong, inquadra la sentenza della Corte Suprema USA che smonta i “reciprocal tariffs” come un colpo alla leva negoziale di Donald Trump alla vigilia del viaggio a Pechino, già confermato per fine marzo. Lo stesso quotidiano segnala il nuovo dazio globale del 10% e minimizza l’impatto su Hong Kong, riportando la valutazione del segretario al Tesoro locale che parla di “impatto limitato”, mentre gli esportatori cinesi intravedono un temporaneo spiraglio per ordini aggiuntivi. The Straits Times, il principale quotidiano di Singapore, porta la questione sul terreno operativo: per la città-Stato resta un prelievo del 10%, con dettagli di settore (semiconduttori in larga parte esentati, farmaceutica più colpita), e un richiamo alla necessità di chiarezza per le imprese.

Il Mainichi Shimbun, quotidiano nazionale giapponese, riassume la pronuncia come “illegale” per l’impianto precedente e segnala l’intenzione della Casa Bianca di varare un’alternativa al 10% a stretto giro, notando l’attendismo dei governi nel valutarne gli effetti. The Hindu (Delhi) e The Hindu - International enfatizzano invece due punti: da un lato, Nuova Delhi “studia” le implicazioni e l’opposizione chiede di sospendere e rinegoziare l’intesa bilaterale; dall’altro, rilevano che Trump ha annunciato l’innalzamento al 15% per 150 giorni, alimentando l’incertezza regolatoria. Ne risulta un mosaico: la stampa dell’Asia orientale e del Sud-est Asia traduce subito la sentenza in scelte logistiche e di filiera, mentre in India la stessa notizia diventa una finestra per riposizionare le trattative commerciali con Washington.

Iran, Hezbollah e la frontiera libanese: deterrenza o escalation?

The Jerusalem Post mette in primo piano la sfida di Teheran: “non ci sottometteremo”, dice il presidente Masoud Pezeshkian, sullo sfondo di voci su un possibile attacco limitato USA e di un massiccio afflusso di jet americani in Giordania. Nello stesso quadro, il quotidiano riferisce dei raid israeliani nella valle della Beqaa e di una gestione di Hezbollah sempre più nelle mani di ufficiali dell’IRGC, elementi letti come preparazione a uno scontro più ampio. Haaretz, il principale quotidiano israeliano per analisi e inchieste, definisce i colpi all’interno del Libano “deterrenti” per impedire un fronte nord pienamente attivo in caso d’attacco all’Iran, pur ammettendo che il rischio di conflitto cresce.

Arab News, la testata saudita in lingua inglese, ribalta l’angolazione: titola sulla condanna di Beirut per “violazione della sovranità” e richiama la fragilità della tregua mediata dagli USA tra Israele e Hezbollah. Anche The Straits Times sintetizza la percezione regionale: con i colloqui USA-Iran in stallo, “la guerra appare più probabile che no”. Il contrasto è netto: i quotidiani israeliani ragionano di posture militari e di prevenzione, Arab News insiste sui vincoli del diritto internazionale e sulle reazioni arabe, suggerendo che ogni ulteriore strike rischia di scardinare gli equilibri già precari del Libano.

Gaza, governance e narrazioni divergenti

Sulle prospettive post-belliche, The Jerusalem Post registra il forte interesse giovanile a Gaza per una nuova forza di polizia formata in Egitto e Giordania, progetto che però “senza cooperazione israeliana” avrebbe poche chance. Haaretz dedica un’analisi al Board of Peace guidato da Trump, presentandolo come un piano che “corteggia investitori” con proposte futuristiche, ma senza una cornice sulla statualità palestinese: una visione marcata dal pragmatismo finanziario più che da un percorso politico. La stessa Haaretz evidenzia la condanna dell’IDF verso un’esponente dell’ultradestra entrata illegalmente a Gaza, segnale delle tensioni interne sul “giorno dopo”.

Arab News integra questo quadro con l’indignazione araba per le parole dell’ambasciatore USA Mike Huckabee su presunti “diritti” israeliani su ampie porzioni del Medio Oriente, interpretate come una provocazione che complica ogni de-escalation diplomatica. Nell’insieme, The Jerusalem Post, Haaretz e Arab News mostrano tre piani distinti: sicurezza e deterrenza (israeliani), legalità e reazione regionale (saudita), e micro-architetture amministrative a Gaza (JPost), che restano però condizionate dalle scelte di Israele e degli Stati Uniti.

IA e soft power: Nuova Delhi detta il ritmo

The Hindu (Delhi) porta in vetrina la New Delhi Declaration: 85 Paesi e tre organizzazioni firmano un testo che mira a “diffondere democraticamente” l’IA, con l’enfasi su ecosistemi resilienti, risorse fondazionali accessibili e formazione diffusa. The Hindu - International sottolinea che tra i firmatari figurano Stati Uniti e Cina, segnale non secondario nel clima di rivalità tecnologica; e rilancia il messaggio etico del premier del Bhutan, per cui l’IA deve essere “uno strumento per gli esseri umani”. The Jerusalem Post ospita un editoriale di Narendra Modi che celebra la dimensione “umanocentrica” dell’evento e la partecipazione di oltre 100 delegazioni.

Sul versante dell’Asia orientale, la South China Morning Post rimane più ancorata alle politiche di attrazione di “tech & talent” e alla capacità di Hong Kong di proporsi come porto sicuro per capitali in tempi di volatilità, inclusa quella tariffaria. La differenza di tono è eloquente: l’India usa il summit per proiettare leadership normativa e cooperazione Sud-Sud, mentre Hong Kong privilegia leve fiscali e di mercato per restare competitiva dentro catene del valore in movimento. In mezzo, il Sud-est asiatico di The Straits Times guarda alla praticabilità: regole chiare, deroghe settoriali e pianificazione industriale per scavalcare le ondate di incertezza geopolitica.

Conclusione

La rassegna di oggi suggerisce priorità chiare e differenziate: stabilità commerciale e continuità di filiera in Est e Sud-est asiatico; gestione del rischio-escalation tra Iran, Israele e Libano nel Medio Oriente; e, sullo sfondo, la competizione per scrivere le regole dell’IA con Nuova Delhi in cabina di regia. The Hindu, South China Morning Post, The Straits Times e Mainichi Shimbun convergono su un pragmatismo economico, mentre The Jerusalem Post, Haaretz e Arab News riflettono la triangolazione tra deterrenza, legalità e diplomazia. L’Asia-Pacifico, insomma, si muove tra calcolo e cautela: fare i conti con i dazi, evitare una guerra più ampia, e negoziare un futuro tecnologico che resti, almeno nelle intenzioni, a misura d’uomo.